Il Bureau
13 Luglio Lug 2012 1111 13 luglio 2012

Premio Strega, non si sfugge alla macchina

“Certi premi non basta rifiutarli, bisogna mettersi nelle condizioni di non meritarli.”
Si racconta che Jean-Paul Sartre abbia espresso un concetto di questo tipo, nel 1945, rinunciando al conferimento della Legione d’Onore. E si può immaginare che abbia pensato qualcosa di simile, quasi vent’anni dopo, nel 1964, rifiutando il Premio Nobel.

Di fronte allo spettacolo ricorrente, in cui tutto è ricorso rituale, del Premio Strega, tanto i protagonisti quanto gli osservatori sono intrappolati nel problema posto da Sartre. Il contenitore dà forma al contenuto, la lingua ufficiale dell’istituzione interferisce con la lingua individuale di chi prende la parola. Il contesto inesorabilmente determina ogni testo che vi si inscrive. I libri in concorso smettono di esistere nella loro singolarità, sono annessi alle logiche del Premio. Nessuna parola pronunciata a proposito del Premio Strega può sottrarsi alla macchina della ripetizione. “On n’échappe pas de la machine”, diceva Gilles Deleuze pensando alla pervasività delle parole d’ordine che compongono il linguaggio sociale. Tutto alimenta la ricorsività rituale.

Questa coazione a ripetere, che il Premio Strega condivide con altre grandi patologie nazionali della ricorrenza, dal Salone del Libro a San Remo, cui tutti partecipano nell’atto stesso di dissociarsi, accetta di essere alimentata attraverso la propria negazione. Prevede la critica e la integra nello stereotipo. Il Premio si fa annunciare dalla smentita sistematica della propria credibilità. Si denuncia come una messa in scena controllata dai grandi gruppi editoriali. Una collaudata operazione commerciale che niente ha a che fare con il valore letterario. Chi partecipa afferma con convinzione la volontà di non esserci, l’inutilità della sua presenza e l’essenza nociva della manifestazione. I cronisti, spesso scrittori esclusi dal Premio prima della fase finale, scrivono pezzi dissacranti sulla meschinità degli intervenuti, sulla goffaggine dei colleghi scrittori vestiti a festa, sulla volgarità mortifera dell’allestimento, sulle cariatidi del generone romano che assaltano il buffet. In diretta dal Ninfeo di Valle Giulia si possono pronunciare i piú violenti atti d’accusa contro la società letteraria.

Il racconto delle votazioni è la cronaca della morte annunciata di un libro di qualità. Il libro di un autore vero, colto, consapevole, pubblicato da un raffinato editore minore, un outsider che le indiscrezioni danno per favorito. È l’ultimo testimone (ogni anno l’ultimo) di una nobile tradizione letteraria. Che si batte da solo contro le avide macchinazioni dei grandi gruppi editoriali. La sua vittoria e la sua sconfitta saranno interpretate indifferentmente come la conferma e la smentita dell’inattendibilità del Premio. La casa editrice “di ricerca” che ha pubblicato il suo libro è spesso di proprietà di un grande gruppo editoriale.

Sui titoli di coda qualcuno intona il blues straziante della decadenza, che canta dei tempi mitici dello Strega, quando vincevano Flaiano e Moravia, Bassani e Soldati. Ci si potrebbe chiedere quando è cominciata questa degenerazione. Nel 1963 (il Premio lo vinceva una grande scrittrice, Natalia Ginzburg) in un episodio de I mostri Vittorio Gassman vestiva panni femminili che alludevano scopertamente alla Musa fondatrice del Premio. “Siamo ancora alla grammatica?”, chiede la Musa ai giurati attardati in capziose valutazioni formali. Già durante l’età dell’oro le ragioni del giudizio disertavano la pagina e si appartavano altrove.

Il congegno del Premio Strega riproduce il funzionamento della macchina dell’attualità, che lo contiene. Assorbe tutti i discorsi che lo riguardano, di qualunque segno siano, e li utilizza come carburante. Di ogni opposizione fa un perno sul quale ruotare per continuare a procedere. Non c’è parola pronunciata contro che non venga reimmessa nel flusso della comunicazione come propellente. La macchina del Premio funziona prescindendo integralmente dalle caratteristiche specifiche dei libri, degli autori, degli editori. Le differenze sono normalizzate e diventano variabili riconoscibili, ogni volta ricombinate in figure ricorrenti. I libri sono descritti come involucri vuoti, si scambiano di posto freneticamente come in un gioco delle tre carte. L’asso non c’è e il banco vince sempre. Non esiste contenuto capace di modificare la funzionalità della macchina. Né tantomeno esiste uno spazio di autonomia del letterario, una separatezza del libro che consenta una valutazione assoluta, come se il contesto non avesse rapporti con il messaggio.

Lo scrittore, prigioniero di questo acquario che rende le sue parole bolle d’aria nell’acqua, finisce con l’accreditare l’illusione ottica per la quale esiste una competizione tra diverse declinazioni della qualità. Non riesce a problematizzare la propria posizione all’interno della macchina. Né le contraddizioni che lo incorporano dentro un sistema produttivo e spettacolare che attraverso la diluizione sistematica dei discorsi neutralizza la possibilità della parola di incidere sul contesto. Per quante parole si possano pronunciare, qualunque sia il loro contenuto critico, il contesto risulta sempre confermato. E vampirizza, rendendole irrilevanti, perfino le dinamiche del potere editoriale che decidono i vincitori. L’ingerenza degli interessi commerciali è presentata come l’unico elemento di perturbazione del conscorso: è la “verità nascosta” da mostrare, il segreto da denunciare per garantire l’occultamento della macchina.

Parlando dalla stessa cattedra che Sartre, neanche a dirlo, aveva rifiutato, nel 1977 Roland Barthes chiude la lezione inaugurale del suo primo corso al Collège de France dicendo che l’unica possibilità di sfuggire ai condizionamenti imposti dalla violenza dei contesti, linguistici e istituzionali, è essere sempre là dove non si è attesi. Trasforma l’assenza di Sartre in una presenza dislocata. Anche il rifiuto sartriano è neutralizzato dall’inesistenza di un altrove al riparo dalle mistificazoni del linguaggio. Non esiste un luogo dal quale parlare senza interferenze. Non c’è possibilità di sottrarsi (non si sfugge alla macchina). Il linguaggio, il cui spazio coincide integralmente con quello del potere, non ha un lato esterno, una dimensione autonoma. Non esiste un fuori. Si è costretti a restare dentro, e a immaginarsi come interferenza, come granello nell’ingranaggio. Se la lingua è sempre lo strumento di un potere Barthes immagina un’ultima utopia sabotatrice, forse un’estrema illusione di libertà (della quale partecipa anche questo testo sul Premio Strega), ma fondata almeno sulla consapevolezza della propria condizione, della permanenza di chi parla all’interno della macchina: “a noi […] non resta altro, se mi è dato dire, che barare con la lingua, che truffare la lingua. Questa truffa salutare, questa finezza, questa magnifica illusione, che permette di concepire la lingua al di fuori del potere, nello splendore di una rivoluzione permanente del linguaggio, io la chiamo: letteratura.”

Paolo Gervasi
ilbureau.com

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