Storie di un fisco minore
14 Luglio Lug 2012 0445 14 luglio 2012

Si può far pace col fisco? La Cassazione dice “ni”

Si può fare pace col fisco, si può cancellare un periodaccio che ti ha portato qualche cartella Equitalia di troppo? L’argomento riguarda quasi tutti i contribuenti italiani ma è considerato “troppo tecnico”. E nessuno ne parla, se non sulle riviste specializzate, quelle che avrebbero bisogno della “versione in prosa” per essere comprese dai comuni mortali (intendendo per tali i non-commercialisti e i non-avvocati). Sbagli una dichiarazione dei redditi, magari non ricevi una notifica, sintetizziamo: fai una cazzata e ti ritrovi con migliaia di euro da pagare ai vampiri dell’erario. Importi magari decuplicati rispetto a quelli iniziali. Sei condannato a vita, non a morte. I falliti possono chiedere la riabilitazione. Gli ergastolani, se nelle mura carcerarie si sono comportati bene, a un certo punto, escono dalla patrie galere. I debitori fiscali no. Ogni tanto ti ri-notificano la cartella, così, per non fare andare tutto in prescrizione (o decadenza, se no i professori si arrabbiano). Le regole che spesso salvano Silvio Berlusconi per imposte e tasse non valgono. Non potrai mai intestarti un appartamento, un’automobile, perché la mannaia dell’ipoteca e del fermo amministrativo si abbatteranno su di te. Eppure nel 2002 il “decreto salva Lazio”, il D.L. 138/2002 aveva aperto una breccia per patteggiare col fisco. Ma ne ha beneficiato solo il presidente Lotito, il decreto poi è stato abrogato. Che coincidenza. Nel 2006 la penna del legislatore ha escogitato un meccanismo apparentemente innovativo, quello dell’articolo 182 ter (della legge fallimentare). Certo, ne sono potenzialmente interessati soltanto gli imprenditori, ma sarebbe un primo passo. Ma le buone intenzioni sono rimaste nella sacra penna di cui sopra. La “transazione dei debiti fiscali” è una novità solo annunciata. In sei anni i casi di applicazione concreta sono stati talmente rari che…non se ne ha notizia. Siamo vicini allo zero assoluto. Perché è fallita quella “norma fallimentare”? Perché noi italiani ci complichiamo la vita con le interpretazioni giuridico-cervellotiche. Disquisizioni dotte e infinite: l’Iva si può “transigere”? E, soprattutto, l’assenso dell’Agenzia delle Entrate alla transazione è indispensabile oppure no? Qualche tribunale, probabilmente per salvare qualche impresa e tanti posti di lavoro, ha “omologato” (perdonatemi: ogni tanto anche io ci casco e uso queste parolacce) alcuni accordi fisco-contribuente senza il “permesso” dell’Agenzia delle Entrate. La quale si è rivolta alla Suprema (?) Corte di Cassazione. Che con le sentenze 22931 e 22932 del 2011 ha stabilito due principi fondamentali, secondo me fantastici: l’assenso dell’Agenzia delle Entrate non è obbligatorio ma l’Iva è un “tributo comunitario” e quindi non è “transabile” Versione in prosa: è vero che “transazione” significa che tu ed io ci mettiamo d’accordo per non continuare il nostro litigio, ma se tu non sei d’accordo si può fare lo stesso; l’Iva è una “imposta europea” e, pertanto, gli italiani non ne possono disporre liberamente: dobbiamo pagare tutto, colleghi contribuenti, se no lo spread vola e la lira, pardon, l’euro s’impenna. Versione in prosa della versione in prosa: “La transazione fiscale si potrebbe pure fare ma non si può fare. Sono cose che voi umani non potete capire”. Siamo un grande Paese, culla del diritto. Talmente culla che il diritto si è addormentato. Rassegnamoci: resteremo debitori con Equitalia oltre la vita terrena. Tutte le cartelle saranno poi notificate ai nostri eredi.

Giuseppe Pedersoli

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