Il cammello, l'ago e il mercato
16 Luglio Lug 2012 1524 16 luglio 2012

Finanza, riportare il genio nella bottiglia

Lo scandalo del Libor, in cui le grandi banche (non solo Barclays) truccavano il tasso d’interesse alla base di enormi volumi di operazioni nel mondo, riporta all’onore della cronaca nera i “padroni dell’universo”, delle cui gesta rischiavamo di dimenticarci. Troppo numerosi sono i segnali che riceviamo per continuare ad ignorare il loro vero significato: ingranaggi essenziali dell’economia mondiale sono stati negli ultimi vent’anni, sono oggi e saranno in futuro- se non ci si decide a intervenire - in mano a organizzazioni che mettono il profitto sopra i loro doveri, doveri la cui osservanza coinciderebbe anche con l’interesse di lungo termine delle banche. Questo è danneggiato gravemente dal management che sta perseguendo, invece, un proprio interesse di breve termine; così si butta alle ortiche la lealtà verso i clienti e le controparti di mercato ed il rispetto, formale e sostanziale, delle leggi e dei regolamenti di quell’economia di mercato che è tenuta in ostaggio, nascosta in una cantina. Perseguire lo scopo di lucro è legittimo, doveroso anzi per un’azienda, ma chi trucca la roulette deve andare in galera, tanto più se è il gestore del Casinò!

Per oggi dietro la lavagna, col berretto d’asino in testa, c’è Barclays, in attesa che i suoi futuri capi possano affermare, sbuffando, che il tempo dei rimorsi è finito, come fece proprio il boss uscente, Bob Diamond, oggi catarticamente sacrificato per il “bene comune”; ma ieri ci sono state Goldman Sachs, Lehman Brothers, JPMorgan, Bank of America, Nomura: i “padroni dell’universo”, appunto. E domani qualcuno di loro dietro la lavagna ci tornerà. Sicuro come le tasse e la morte.

Di volta in volta cadono nel dimenticatoio i loro capi, tranne Dick Fuld di Lehman, assurto al ruolo di “cattivo” per antonomasia con la sua maschera di arroganza non celata, esibita anzi, anche nella caduta. Ma il meccanismo che li produce, intatto, continua a sfornarli. Questi comportamenti danneggiano tutti, a diversi livelli: clienti, azionisti e dipendenti della banca, contribuenti, cittadini tutti, feriti dalla perdita di reddito e di servizi pubblici che gli Stati sono costretti a tagliare, per una crisi che non al debito sovrano è dovuta: gli unici beneficiari sono direttamente loro, assieme ai destinatari della loro generosità, pagata dagli altri. Come disse Mervyn King, traballante governatore della Bank of England, rovesciando il senso di una celebre frase di Winston Churchill sugli eroi della Battaglia d’Inghilterra: “Mai nella storia così pochi hanno dovuto (meglio sarebbe stato dire “tolto”, se non “rubato”) tanto a così tanti!”

Lo “scandalo Libor” è grave perché tocca quei meccanismi di determinazione dei prezzi che, secondo i libri sacri, sono alla base del successo dell’economia di mercato: una miriade di operatori, con le proprie scelte quotidiane riflesse nella curva della domanda e dell’offerta di beni e servizi, ne determina i prezzi.

I profani (me compreso) pensavano che il Libor riflettesse le scelte concrete fatte sul mercato da un gran numero di operatori; erano invece fissati a tavolino, a proprio vantaggio, da una ristretta cricca.

La colpa non è tutta della finanza, anzi va detto che la crisi ha cause più reali che non finanziarie: per gli squilibri del commercio mondiale per l’irruzione delle grandi economie emergenti da un lato, dall’altro per lo spostamento di gigantesche fette di valore aggiunto dal lavoro al capitale. Ciò ha contribuito a deprimere la domanda nei paesi ricchi e ad un eccesso del risparmio sugli investimenti, onde il gonfiarsi della bolla dei prezzi degli asset finanziari, dato che la domanda depressa scoraggiava impieghi produttivi.

Le cause reali non vengono affrontate, così la crisi infuria ancora e la finanza, pur non essendone la causa prima, ne aggrava gli effetti, non volendo rientrare, come il genio di Aladino, nella bottiglia dalla quale l’ha fatta uscire l’abolizione delle regole di separatezza: fra breve e lungo termine in Europa continentale, fra banche commerciali e d’investimento nel mondo anglosassone. Eppure lì bisognerà tornare, alla lezione della Grande Crisi.

Ora la Bce sembra alfine aver deciso di non poter più tollerare la mancata trasmissione della sua politica monetaria nell’Eurozona, e si va verso una sorveglianza bancaria unificata per l’Eurozona. Chissà che fra non molto almeno i giganti del credito siano qui regolati da un’entità che le banche le metterà in riga.

La Ue, e in particolare i Paesi della zona euro, hanno quindi un’occasione storica. Assumere, come chiede il grande vecchio, Helmut Schmidt, la guida di una buona causa: riportare la finanza al suo ruolo, l’ottimale allocazione dei flussi finanziari. Chissà che anche gli anglosassoni non capiscano che conviene a tutti rinchiudere i Casinò in un’enclave, dove più che tanto danno non possono fare. Bisogna affrontare alfine le cause reali della nostra crisi, e riportare la finanza al ruolo ancillare che le compete.

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