Èvviva
17 Luglio Lug 2012 0936 17 luglio 2012

Cazzo, fica, clitoride e frenulo. Ovvero: parla di sesso come lo fai. Senza paura. Dedicato ad Antonio D'Orrico.

Da qualche settimana, Antonio D’Orrico (giornalista, critico letterario e scrittore) ha inaugurato, su Sette, il campionato mondiale di sesso scritto. I duellanti sono, da un lato, gli scrittori maschi e, dall’altro, le scrittrici femmine. Tre puntate pubblicate finora, tutte e tre vinte dagli uomini, o meglio, in tutte e tre D’Orrico ha decretato arbitrariamente (poiché la rubrica è ovviamente a sua firma) la vittoria di un maschio.

Volo leggiadra e rapida su alcune affermazioni di D’Orrico che potrebbero essere tacciate di maschilismo e di stupidità. Ad esempio: “So che le donne scrivono peggio degli uomini – non è un’accusa, è una constatazione, amichevole, come nei tamponamenti – ma non so perché. Sospetto che il perché lo si possa trovare in due frasi. Una di Ennio Flaiano (“Le donne scrivono per vendicarsi”). L’altra di Henri Michaux (si scrive per mitomania)”. A parte la supponenza nel dichiarare l’assunto di partenza (SO al posto di RITENGO, per esempio), mi fa sorridere la vendetta attribuita alle donne. Vendetta verso chi? Verso i maschi? Che c’hai la coda di paglia? E la mitomania? Il mondo è pieno di mitomani uomini, bello mio. Mi soffermo, invece, su alcuni degli scrittori a cui il giornalista ha assegnato il premio a puntate.

In particolare, guardiamo al numero di Sette del 29 giugno scorso. D’Orrico mette a confronto, per le donne, Mary Gaitskill con il suo “Oggi sono tua” e, per gli uomini, Henning Mankell, con “Ricordi di un angelo sporco”. La Gaitskill scrive: “Lei gli abbassò la lampo dei pantaloni. Ferma, disse lui, aspetta. Lei lo afferrò per le spalle, aveva una presa inaspettatamente forte e lo tirò sul tappeto. Si sentiva assalito e invaso. Non era questo che aveva in mente, ma in qualche modo rifiutare l’avrebbe fatto sembrare meno virile di lei. Le sfilò schizzinosamente i vestiti. Le strinse il seno fra i denti e la morse. La morse di nuovo, più forte. Lei gridò. Voleva farla sanguinare. Le masticò il seno”. D’Orrico la boccia a piè pari e assegna la palma di miglior scrittore di sesso a Mankell: “Hanna aveva già preparato il mango e mentre lui lo mangiava pensieroso, seduto al tavolo nella sala da pranzo, gli si mise accanto. Poi andò nel bagno, lasciò cadere alcune gocce di limone nel grembo e andò a stendersi al suo fianco. Gli accarezzò delicatamente un braccio. Dopo qualche istante lui si girò e col frenetico desiderio di sempre cercò di penetrarla. Ma neppure questa volta ci riuscì, anche se Hanna aveva sentito che il suo sforzo era stato più energico e prolungato del solito. Quando si arrese, erano entrambi esausti”.

A parte che l’accenno al mango mi fa ridere e fa sparire – casomai esistesse – ogni traccia di lussuria e sensualità –, devo entrare nei dettagli? No, perché scegliere come vincitore uno che fa scivolare le gocce di limone nel grembo, evocando, in tal modo, il banalissimo mito dell’utero femminile procreatore, vuol dire già dichiarare in partenza da che parte si sta, no? Ce l’hai dipinta in testa, la vittoria dei maschi. E poi, mica gli faranno paura i morsi ai capezzoli descritti da una donna? No, perché l’impressione è questa, un po’. E perché questo continuo battere sull’impotenza maschile? Non capisco. Ma mi assale un dubbio. Che D’Orrico non abbia ben compreso il tema. Voglio dire: si parla di sesso scritto, no? E la parola “sesso”, in ogni vocabolario che si rispetti, è riferita, in senso esteso, all’attività sessuale.

A tal proposito, D’Orrico avrà mai letto Anais Nin? O Lucia Extebarrìa? Magari no. E allora gli rinfresco un po’ le idee. Partiamo dalla Extebarria: “Il sesso con Romano, amplessi e scontri appassionati, piaceri e dolori reciproci, era stato coinvolgente, a livelli quasi insopportabili. Entrambi accecati, il silenzio costellato dai respiri e dagli ansimi, i ritmi conturbanti e rudi del sesso, e qualche ‘Ti piace, eh, troietta?’ che poteva anche suonare ridicolo ma che, invece, eccitava Valeria al parossismo, perché la faceva impazzire che Romano verbalizzasse tutto, e perché quel franc parler la spingeva a esplorare tutte le potenzialità del proprio corpo, a volte in modo tanto temerario quanto devoto, cercandosi a tentoni nel buio, ansiosi di nuovi contatti, misuravano le proprie forze e imparavano nuove abilità, e qualsiasi movimento di Romano produceva in Valeria una reazione immediata; lo accoglieva spalancando le gambe e la bocca, con un’urgenza esplicita che rasentava il delirio. A volte ingaggiavano schermaglie assurde, prendendosi con violenza sul divano, strappandosi la roba di dosso, cadendo per terra, stirandosi, torcendosi, appiccicati l’uno all’altra, senza regole”. E la Extebarria continua per un’altra intera pagina scendendo nel dettaglio di scopate a quattro zampe, frenuli, clitoridi, cazzo e culo. Insomma, chiama le cose col loro nome, ecco.

E veniamo ad Anais Nin. Che devo fare, trascrivere tutto intero il suo “Delta di Venere”? Direi che ce lo possiamo risparmiare, no, D’Orrico? Cito una frase per tutte, perché mi serve per arrivare dritto al punto. Anais racconta ciò che esclama il suo protagonista uomo in direzione della protagonista donna: “come ti ho vista, mi è venuto duro”. Ed è tutto là, D’Orrico bello.

Perché se alla voce sesso, in senso estensivo, in ogni vocabolario trovi che vuol dire “tutto ciò che si riferisce all’attività sessuale”, l’attività sessuale la puoi descrivere solo con nomi propri che vivaiddio esistono nel nostro vocabolario. Lo spiega bene la Nin nella prefazione del suo Delta di Venere: “Avevo l’impressione che il vaso di Pandora contenesse i misteri della sensualità femminile, così diversa da quella maschile e per la quale il linguaggio dell’uomo era inadeguato. Il linguaggio del sesso doveva ancora essere inventato. Il linguaggio dei sensi doveva ancora essere esplorato”.

Insomma, Antonio, chiama le cose per quello che sono, non aver paura. Sesso. Cazzo, figa, clitoride, frenulo, scopare. E dai voce anche alle donne, non pensare, in modo presuntuoso, che da maschio puoi assegnare premi di categoria solo ai maschi. E, soprattutto, evita dichiarazioni che ti fanno solo prestare il fianco. Perché chiudere l’ultimo numero della tua rubrica con “il campionato machi contro femmine di sesso scritto è per questa giornata sospeso. Per questioni di spazio e anche perché (visto come sono andate le prime tre partite) non mi sembrava il caso di infierire”, si presta a due interpretazioni soltanto. La prima è che parti prevenuto e quindi pensi che anche la quarta puntata avrebbe decretato un vincitore maschio. La seconda è che hai una paura fottuta delle donne, e per questo ti vanti di non infierire, perché sennò ti mettono sotto. E a te, come uomo, piace stare sopra.

Tu dici che noi siamo arrabbiate (fortunatamente ci risparmi il clichè del ciclo mestruale). Potrei risponderti incitandoti a fare più sesso. Però sarebbe un’idiozia. No?

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