Jacopo Tondelli
Post Silvio
17 Luglio Lug 2012 1030 17 luglio 2012

Elezioni 2013: il “nuovo” premier è...

Roma, Aprile 2013, la sera delle elezioni politiche

“Sembrava fatta, e invece...”. Pierluigi Bersani scuote la pelata, alla sede del Pd del Nazareno. Già, sembrava fatta. Alla fine dell’estate del 2011, dopo le vittorie alle amministrative di Napoli e Milano, dopo i referendum, dopo il bombardamento continuo di mercati e Unione Europea, il berlusconismo sembrava pronto definitivamente per l’archivio. E per essere archiviato - per di più - con somma vergogna per lui e per tutti i suoi adepti. Tanto sembrava finita, quella stagione, che di lui si era iniziato a parlare al passato, perfino ad aprire siti e canali tematici in cui di dava per certo l’inizio di un “dopo”.

Solo che poi si era messo al centro della scena il centrosinistra che, sentendo la vittoria in tasca e il governo del paese tutto da spartire, aveva iniziato un lento e inesorabile processo di autoconsunzione di un consenso mai davvero conquistato. Già. A Vasto avevano fatto una foto, tutti insieme, Bersani Vendola e Di Pietro. Niente programmi, niente contenuti, solo una foto di gruppo per dire: “noi si va avanti insieme”. Poi aveva fatto capolino all’orizzonte Matteo Renzi, tanti difetti - per carità - ma un’indubbia qualità: aver smosso le acque di un partito e di un’ipotesi di coalizione dotata di un’identità fino a quando non si discuteva di quale esse concretamente fosse.

Pur di non parlare di idee, proposte, modello di società, rapporto col mercato e coi sindacati, e così via, il Pd aveva speso tutto il 2012 in una guerra fratricida senza quartiere. Una guerra tra nomenklature in una campagna in vista delle primarie - obbligatorie per statuto - che si era rivelata più sanguinosa di ogni campagna elettorale, pur durissima, attraversata durante la seconda Repubblica. Ogni tanto Berlusconi sembrava rientrare in crisi - “questa volta è quella buona”, giuravano ogni volta al Nazareno... - e per un quarto d’ora la rissa democratica si quietava.

Ma poi, la lontananza dai guai del paese e la fine dell’emergenza riportava ogni volta il Pd a quello che era. Salvo un piccolo dettaglio: le primarie. Di colpo, dopo una guerra fatta di morti e feriti, al Nazareno avevano a un tratto deciso che “sono uno strumento prezioso, fondamentale per il nostro partito. Ma siccome il nostro è un partito responsabile e realista, non schiavo dei suoi statuti ma al pieno servizio dei cittadini, e dato il contesto di grave emergenza economica e democratica rappresentato da Berlusconi, abbiamo deciso d’accordo coi nostri principali alleati di evitare di andare al massacro”. Niente primarie, insomma, il candidato premier è il segretario.

Inevitabilmente, la decisione dirigista aveva provocato disaffezione, candidature autonome, malanimi mal sopiti e defezioni plateali e comprensibili. E con questa eredità che il centrosinistra italiano arriva a questa sera, giornata delle elezioni politiche che dovevano segnare la supposta “liberazione”. Mentre nel centrosinistra divampava una discussione tutta segnata dalla brama delle correnti e dell’establishment figlio del vecchio compromesso storico tra Dc e Pci, al centrodestra si era presentata come naturale la soluzione impossibile: ricandidare il Cavaliere.

E così, questa sera al quartier generale del Pd, mentre i primi exit poll raccontavano di un’affluenza al 54% e di un Movimento Cinque Stelle al 13%, un Bersani inconsolabile ripeteva catatonico: “Sembrava fatta, sembrava fatta...”.

E nessuno che trovi il coraggio di dirgli: “No Pigi, non è che sembrava fatta. ERA fatta...”

(prima pubblicazione, 31 ottobre 2011)

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