Che tempio fa
17 Luglio Lug 2012 1806 17 luglio 2012

Il welfare italiano molla gli ultimi. L'appello dei vescovi calabresi

Per quanto i vescovi calabresi possano mettere le mani avanti – ribadendo che non c’è la minima intenzione di consegnare la classe politica alla «pubblica disistima» – il documento della Conferenza dei vescovi calabri (Cec) dal titolo “L’importanza della solidarietà. Nota sulle politiche sociali in Calabria” contiene una serie di denunce che non risparmiano nessuno. Non risparmiano la politica locale, che ha spinto la Calabria all’ultimo posto nella classifica nazionale sulla spesa per l’assistenza (dati Istat del 12 aprile 2012). Non risparmiano il governo Monti e quelli che lo hanno preceduto, tutti molto disinvolti nel far cassa sulla pelle dei cittadini più deboli. Non risparmiano nemmeno le istituzioni europee, attente a salvare i bilanci più delle persone.
Secondo la "Nota" dei vescovi calabresi – presentata lo scorso 23 giugno – in Italia si sta consumando una gravissima crisi non solo economica, ma principalmente antropologica, che sovvertirebbe radicalmente il modello di sviluppo nazionale promosso dalla Costituzione: la tutela del diritto fondamentale ad una vita dignitosa per tutti è oggi considerato nel Paese più una concessione che un dovere. Tanto che, all’occorrenza, ad ogni livello di amministrazione (locale e nazionale), la classe politica si sente autorizzata a tagliare o addirittura azzerare la spesa per disabili, anziani, giovani, famiglie, ecc. A questo poi si devono aggiungere altre questioni strutturali, che affondano il settore socio-sanitario, non solo in Calabria: mafia, corruzione, clientele, sprechi, abusi, burocrazia lenta e farraginosa, ecc. Fenomeni, dicono i vescovi, tanto radicati nel tessuto economico e sociale che hanno finito «con l’indebolire la forza interiore del popolo calabrese e la sua fiducia nel futuro».
Le politiche nazionali, denuncia infine la Nota, prefigurano «un welfare minimo, ristretto alle persone e alle diverse categorie di poveri e malati, intesi non come detentori di fondamentali diritti, ma solo di bisogni». L’assistenza è considerata «una sorta di intervento “benefico”» che però «si traduce in un “feroce” abbandono politico, sociale e relazionale delle persone più fragili, di cui vengono disconosciuti sostanzialmente i diritti». Approfondimenti su Adista.

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