A mente fredda
18 Luglio Lug 2012 1837 18 luglio 2012

E io, farei un prestito all'Italia?

Cari lettori de l’Unità voi lo fareste un prestito per salvare il paese? Così titola l'ultimo post del blog di Emanuele Perugini ospitato dall'Unità. Ed è un titolo che mi ha colpito, ovviamente perché pensavo che la domanda fosse retorica.

La risposta, soprattutto da parte dei lettori che condividono le dure critiche che (spesso giustamente) il quotidiano fondato da Antonio Gramsci riserva alla piega che l'Italia ha preso negli ultimi 11-12 anni, e che non si sono placate anche dopo la caduta dell'ultimo governo Berlusconi, non può che essere negativa. Quindi, il post avrebbe potuto essere un'ottima occasione per far riflettere il pubblico sul fatto che non si può incolpare "la speculazione finanziaria internazionale" di condividere un nostro giudizio, e che quindi il tentativo di rimetterci in sesto non può partire che da un recupero della credibilità da parte dei nostri potenziali creditori.

Purtroppo, l'autore segue solo in parte questo discorso, e si perde nel solito keynesismo maldigerito, ammantando di opache funzioni "sociali" e "di solidarietà" (opache perché sono ineccepibili a livello di enunciato, ma poi voglio vedere come si fa a stabilire se è o meno compito dei bond di solidarietà pagare lo stipendio ai camminatori recentemente assunti da Lombardo, per il solo fatto che essi godono dell'inamovibilità dei dipendenti pubblici, privilegio... pardon, diritto di cui i sindacati di categoria, a cui i lettori dell'Unità per lo più appartegono, sono molto gelosi) quelli che, nei fatti, sono dei prestiti venduti a prezzi svantaggiosi rispetto al rischio, attraverso quella che tra due attori privati potrebbe essere considerata una truffa verso chi nella transazione ha minore accesso alle informazioni.

Ma resta la domanda. Visto che io non sono disponibile a prestare i soldi all'Italia se non a caro prezzo, cosa potrebbe convincermi a cambiare idea? Detto in modo molto semplice, mi convincerebbe trovarmi di fronte a uno stato che si dimostra capace di individuare i suoi problemi e di risolverli subito, con sicurezza, senza tergiversare o farsi bloccare da ostacoli che un governo deciso potrebbe superare. Recupero qui alcuni esempi che ho fatto nel corso del tempo nei miei interventi:

  • Il problema è l'esubero di dipendenti pubblici? Bene: si creino gli strumenti giuridici per provvedere al necessario numero di licenziamenti, e si elabori una legislazione che dia alle dirigenze dei vari uffici la possibilità di liberarsi degli impiegati meno idonei alle necessità, salvo controllare il livello di produttività generale e liberarsi dei dirigenti che non hanno migliorato l'efficienza dell'investimento. I dipendenti pubblici hanno garanzie di inamovibilità? Esse hanno precise ragioni di difesa dalle discriminazioni: si riformi la legislazione in modo che tali garanzie funzionino per quello per cui devono servire e non per altro, e si scriva la legge così da aggirare il pericolo dei ricorsi. La legge è uno strumento per risolvere i problemi, se li crea non è una buona legge e occorre fare in modo che non li crei più, magari attaccandosi a qualche cavillo o maneggiando sapientamente il riferimento costituzionale quando serve (visto che viene tirato in ballo così facilmente quando non serve). Evitare di assumere altre persone fino ad avvenuto smaltimento del surplus non risolve il problema, perché lo trascina, coinvolge persone che con c'entrano nulla (i potenziali assunti che hanno solo sbagliato anno di nascita), e istituisce un diverso godimento dei diritti in base all'età. Quindi, se come soluzione si adotta quest'ultima, è assolutamente normale che i fantomatici "mercati" non siano convinti, visto che non lo sono neanch'io.
  • Il problema è un sistema pensionistico che si mostra troppo generoso verso una classe di cittadini, che percepisce somme mai maturate in base ai contributi, a scapito delle generazioni successive? Si smetta di pagare le pensioni in eccesso sostituendole con assegni sociali, eventualmente aggirando la grana dei "diritti" acquisiti o a livello strettamente giuridico (è diritto ciò che vale per tutti, altrimenti è privilegio), o attraverso una tassazione differenziale. Ancora una volta, cercare di ricostruire il vaso rotto delle pensioni coi cocci non è convincente, occorre rivedere alla radice il godimento dei diritti per renderlo effettivamente eguale?
  • Si ritiene che i concorsi universitari abbiano portato all'assunzione di personale inadeguato? Non può essere convincente riformare le pratiche concorsuali per chi non è ancora stato assunto, accettando acriticamente gli esiti precedenti. Si può facilmente argomentare che, per i loro procedimenti e le loro preclusioni, gran parte dei concorsi effettuati negli ultimi decenni sono anticostituzionali: si usi questo grimaldello per scoprire il fondoschiena degli strutturati e sfoltirne le file, facendo posto ad altri, sempre sulla base dei criteri di efficienza controllata con forte responsabilizzazione dei dirigenti periferici.

In due parole, l'unica soluzione per uscire da questo collo di bottiglia è rompere il circuito incrementale che ci ha portato a fare errori che, per interpretazioni cavillose e forzate di legislazioni assolutamente estranee alle questioni sollevate, non siamo più stati in grado di correggere. Dare il segnale che la rotta, in questo senso, è cambiata, servirà assai di più di dieci manovre e di cento uffici di controllo della spending review, pratica che peraltro sarà perfettamente inutile se non chiude il rubinetto dei soldi a chi li ha percepiti finora indebitamente, garantendo la prebenda a scapito della creazione di un nuovo posto di lavoro produttivo per chi non ha avuto la fortuna di nascere nell'anno giusto o nella regione giusta.

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