Luca Rinaldi
Pizza Connection
19 Luglio Lug 2012 1124 19 luglio 2012

Via D'amelio, vent'anni dopo tra 4 processi, 11 giudizi, falsi pentiti ed errori investigativo giudiziari

Il processo Borsellino è stato probabilmente il più grande fallimento della storia giudiziaria del nostro paese. Quattro processi, 11 giudizi in tutto, un falso pentito, la revisione delle condanne e sullo sfondo una verità giudiziaria che dopo vent'anni non c'è.

Il falso pentito è Vincenzo Scarantino, un delinquente da quattro soldi del rione della Guadagna, già riformato dal servizio militare perchè non proprio sano di mente, tossicodipendente, semianalfabeta e solito frequentare transessuali del calibro di 'Giusi la sdillibrata'. Certo, condizioni che non sono sufficienti per sancire l'inattendibilità di un dichiarante, ma lo saranno poi le continue ritrattazioni dello stesso e un verbale pieno di annotazioni e correzioni, oggetto anche di una interrogazione parlamentare senza risposta del 1999.

Dall'inizio del racconto di Scarantino per 14 anni i pubblici ministeri e i giudici, dal primo grado alla cassazione hanno creduto alla sua versione, al fatto che fosse stato lui a rubare e portare sul posto la 126 poi esplosa in via d'Amelio, e addirittura a riunirsi per decidere l'esecuzione della strage di via d'Amelio.

Tra forzature degli investigatori (a costruire la versione di Scarantino aveva contribuito il superpoliziotto Arnaldo La Barbera, poi deceduto nel 2002) di allora e cecità dell'apparato giudiziario si è costruita una balla lunga 15 anni. Lo hanno chiamato depistaggio. Eppure, per esempio, quello Scarantino non fu mai messo a confronto in aula con quelli ch'egli accusava. Il caso più clamoroso fu Gaetano Murana, incensurato, professione netturbino, contro di lui la sola parola dello Scarantino. Arrestato nel 1994, scarcerato nel 2011 perchè innocente. Ma ci sono tutta una serie di circostanze che dovrebbero come minimo far porre qualche domanda alla pletore di togati che ha permesso tale scempio giudiziario.

Ilda Boccassini nel 1994 mise in guardia investigatori e pubblici ministeri di Palermo «L'inattendibilità delle dichiarazioni rese da Scarantino - scrivevano in una nota nel 1994 Boccassini e l'altro pm che non credeva alla ricostruzione Scarantino, Saieva - suggerisce di riconsiderare il tema dell'attendibilità generale di tale collaboratore, anche perché lo stesso ha, recentemente modificato la propria posizione in ordine ad una circostanza che assume estremo rilievo». Quella circostanza è la stessa di cui oggi si autoaccusa Gaspare Spatuzza e per la quale viene ritenuto credibile, cioè la vicenda del furto della Fiat 126, successivamente imbottita di esplosivo.

«Rinviare il compimento dei necessari atti d'investigazione potrebbe avere come effetto di lasciare allo Scarantino una via aperta verso nuove piroettanti rivisitazioni dei fatti». Rivisitazioni piroettanti che si sono verificate e hanno retto fino in cassazione, fino a quando la riapertura sulle indagini di via D'Amelio non è stata decretata ormai tre anni fa.

Eppure le continue marce indietro furono per uno dei pm di Palermo che oggi lo chiama depistaggio e che viene elevato a icona dalla cosiddetta "società civile", ma quella dei giusti, erano la marca di genuinità dello Scarantino. Diceva il pubblico ministero Antonino Di Matteo nella requisitoria che aveva portato avanti con l'altro pubblico ministero Anna Maria Palma

«La ritrattazione dello Scarantino ha finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni… L’avvicinamento dei collaboratori per costringerli a fare marcia indietro è diventata una costante nella strategia di Cosa nostra… Lo sparare a zero sui pubblici ministeri, l’accusarsi di precostituirsi arbitrariamente le prove a carico dei loro indagati, è diventato una sorta di sport nazionale praticato non tanto dai pentiti, ma da molti di coloro che hanno lo scopo di fare esplodere il sistema giudiziario»

Non è un caso che oggi, come allora, rilevare un errore e farlo notare fosse visto alla stregua di un attaccao all'antimafia e come un favore alla mafia e via dicendo. Insomma, chiedere conto dell'errore, anche in buona fede di un pm non s'ha da far. Nè allora, nè oggi, nè mai, dato che quel Di Matteo oggi indaga forte sulla 'trattativa' e denuncia il depistaggio. Ma all'epoca (1998) di Matteo era sicuro

La ritrattazione di Scarantino che poi spiegheremo perché deve considerarsi falsa è innanzitutto una ritrattazione indotta. Non siamo in presenza di un atteggiamento processuale scaturito dalla volontà del protagonista della scena dibattimentale. Siamo in presenza di un risultato di una complessa attività posta in essere per costringere il pentito a cambiare versione. D’altra parte, lo accennavamo nella scorse udienze, l’avvicinamento dei collaboratori per indurli e costringerli a fare marcia indietro è diventata una costante nel comportamento e nella strategia che cosa nostra da qualche tempo a questa parte pone in essere per ottenere gli sperati esiti processuali.

Nulla vieta di continuare a indagare, anzi. Questo non è un attacco e non è fango, ma solo una constatazione che nasce dalla lettura delle carte senza cedere alla popolarità o meno di alcune figure. Qualcuno infatti solleva in automatico lo stesso Di Matteo dalla responsabilità di aver avallato le posizioni dello Scarantino, perchè "entrò nel Borsellino bis, a dibattimento ampiamente avviato, affiancando Anna Maria Palma, solo nelle fasi conclusive del processo. Quindi è palese che Di Matteo non partecipò a indagini che si basarono su un cumulo di menzogne, prese per buone non si sa per quale oscuro motivo". Un bell'atto di fede, visti alcuni passaggi di quella requisitoria del 1998, che imbastiva un'accusa sul pentito patacca più grande della storia giudiziaria italiana.

Da queste colonne, come chi le segue lo sa, non c'è nessuna intenzione di minare credibilità di magistrati o chicchessia, c'è solo voglia di capire e chiedere conto. Interessante rimane infatti le dichiarazioni del procuratore di Caltanissetta Bertone sulla domanda se la falsa pista seguita nei procedimenti Borsellino primo, bis e ter sia frutto di un depistaggio o sia stato un errore giudiziario. Non esprime valutazioni su cui potrebbe "pentirsi", ma è chiaro che lo stesso Bertone non solleva la magistratura da responsabilità

Di tale «predisposizione» dello Scarantino fecero sicuramente cattivo uso il dottor La Barbera e i suoi collaboratori, sia pure nell'equivoco, non adeguatamente risolto, che la pista Candura potesse condurre a disvelare le responsabilità sulla strage, conducendo, a tal fine, un «assalto psicologico» - così si esprime Scarantino in una lettera recentemente inviata alla vedova Borsellino -, a cui lo Scarantino non sarebbe riuscito, per la sua fragilità, a resistere (sono questi i termini testuali della lettera che ha recentemente inviato); quindi - ripeto - questo assalto psicologico al quale non avrebbe avuto la capacità di resistere per la sua fragilità. Espressione del disagio vissuto dallo Scarantino è certamente la lettera inviata dalla moglie dello Scarantino stesso in data 28 marzo 1994 (quindi ancor prima dell'inizio formale della sua collaborazione) al Presidente della Repubblica, in cui la donna, denunciando l'innocenza del marito, faceva riferimento alle indebite pressioni sullo stesso esercitate dal dottor La Barbera per farlo
collaborare.

[...]

Tuttavia, già la Corte di assise di appello, nel procedimento «Borsellino uno», aveva colto la tendenza dello Scarantino a «colmare le lacune della conoscenza» con alcune sue supposizioni.

possiamo ritenere provato che la collaborazione del Candura e
quella dello Scarantino (quella di Andriotta è suscettibile di diverse possibili ricostruzioni alternative) siano state sicuramente inquinate da forzature e suggestioni introdotte nel processo a seguito di colloqui investigativi e pressioni da parte del dottor La Barbera e dei suoi collaboratori. Detti funzionari hanno fatto leva sull’estrema permeabilità del Candura e dello Scarantino che, per ragioni diverse sopraindicate, hanno avuto, pur con gravi contraddizioni, all'epoca sottovalutate, interesse ad assecondare le intuizioni investigative dei funzionari di polizia, rivelatesi poi clamorosamente infondate, addirittura inserendo essi stessi, come in particolare lo Scarantino, elementi supposti o addirittura provenienti da un proprio bagaglio informativo.

[...]

Dobbiamo ritenere che, se ci fu errore investigativo, ci fu anche un enorme errore giudiziario, perché tutti questi elementi di prova, questi verbali di Scarantino in cui prima dice una cosa, poi ne dice un'altra, poi un'altra ancora, poi non riconosce le fotografie, poi i confronti fatti in questa maniera, furono atti sottoposti alla valutazione della magistratura. Evidentemente allora ci fu una sorta di ragion di Stato che forse dominava; non so, posso esprimere solo delle valutazioni delle quali potrei pentirmi. Probabilmente l'atmosfera era diversa, probabilmente quella magistratura era restia a pensare che uno si potesse autoaccusare di una strage senza averla commessa. Credo quello fosse l'elemento difficile da superare. Altro non posso aggiungere su questo tema.

Eppure ci sono responsabilità a tutti i livelli, ma come ogni anno, basterà una cerimonia a lavare via tutto.

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