IL CALCIO IN BIANCO E NERO
23 Luglio Lug 2012 1653 23 luglio 2012

Paolo Mantovani e la Sampd'oro

Con la conquista dello scudetto da parte del Verona di Osvaldo Bagnoli ci si aspettava che le sorprese della stagione calcistica 1984/85 fossero ormai finite. All'appello, però, mancava ancora la doppia finale di coppa Italia, che avrebbe opposto la giovane Sampdoria di Eugenio Bersellini (società nata il 1° agosto 1946) al più blasonato Milan guidato dal veterano Nils Liedholm.

Nella gara di andata, disputata il 30 giugno 1985, i blucerchiati erano riusciti a sbancare "San Siro" vincendo per 1-0 grazie alla rete messa a segno dallo scozzese Graeme Souness, uno che di successi se ne intendeva: con la maglia del Liverpool, in precedenza, aveva fatto incetta di trofei, tra i quali spiccavano cinque scudetti e tre Coppe dei Campioni.

In previsione del match di ritorno i liguri avrebbero dovuto ovviare alle assenze dell'inglese Trevor Francis (uno dei pupilli del presidente Paolo Mantovani, nonché capocannoniere della manifestazione con nove reti all'attivo) e Roberto Galia. Per sostituire quest'ultimo la scelta era caduta su Renica (difensore ormai prossimo al trasferimento al Napoli), mentre sul fronte offensivo era stato deciso di puntare su Roberto Mancini come spalla del confermatissimo Gianluca Vialli.

Per il talentuoso calciatore originario di Jesi si trattava di un'importante occasione da sfruttare per mettersi in vetrina e guadagnare una conferma per l'anno venturo: "Questa Sampdoria può decollare e non accetterei di essere ceduto in prestito perché sarebbe segno di sfiducia da parte di chi mi 'affitta'. Sono disposto a lottare, con gli altri tre, per una maglia da titolare. Lo dirò al presidente Mantovani".

Conservata l'imbattibilità sino all'ultimo atto del torneo, ai padroni di casa per conquistare il primo trofeo della propria storia non restava altro da fare se non mantenere il vantaggio maturato nell'incontro precedente. Invece di mostrare un atteggiamento attendista, però, la Sampdoria aveva preferito imporre alla gara un ritmo altissimo, costringendo l'avversario sulla difensiva. Il gol del vantaggio, arrivato al 41' grazie ad un penalty concesso dall'arbitro Agnolin per un contatto tra Battistini e Vialli, era stato realizzato proprio da Mancini.

Al 61' era spettato a Vialli il compito di chiudere definitivamente i giochi, eludendo il controllo di due rossoneri all'interno della loro area di rigore per poi trafiggere Terraneo. A nulla era valsa la successiva rete di Virdis: la Sampdoria si aggiudicava meritatamente la Coppa Italia, diventando così la terza società ligure ad entrare nell’albo d’oro del trofeo dopo Vado (1922) e Genoa (1937). Bersellini, dal canto suo, aveva eguagliato lo stesso Liedholm e Nereo Rocco nella speciale classifica degli allenatori più titolati del torneo (tre per ognuno di loro), riuscendo oltretutto a farsi perdonare la retrocessione nella serie cadetta relativa al campionato 1976/77.

Nel giro di poche stagioni (prese in mano le redini del club nel mese di giugno del 1979) Paolo Mantovani era riuscito quindi a trasformare la Sampdoria in Sampd'oro: dai gemelli del gol blucerchiati (Vialli e Mancini, appunto) al trionfo in Coppa delle Coppe (1990), passando per la conquista di uno scudetto (1990/91) ed una Supercoppa Italiana (1991) sino ad arrivare alla finalissima di Coppa dei Campioni mancata d'un soffio a Londra contro il Barcellona di Johan Cruijff (1992), la lungimirante programmazione dell’imprenditore romano aveva - quindi - prodotto i risultati sperati.

Il totale delle coppe Italia vinte salirà poi a quattro, l'ultima delle quali (1994) conquistata con lo svedese Sven-Göran Eriksson in panchina ed Enrico Mantovani, il figlio, al timone del club. Lui era mancato il 14 ottobre 1993, lasciando in eredità una gestione societaria difficilmente ripetibile, tanto per i fatti attinenti al campo di gioco quanto per quelli esterni al rettangolo verde.

Dopo l'addio di Bersellini e prima dell'arrivo di Eriksson la guida blucerchiata era stata affidata a Vujadin Boskov, un maestro di calcio al quale sono legati i più grandi successi blucerchiati.
"L'unica cosa di cui non sono pentito, nella mia vita, è di essere diventato presidente della Sampdoria", amava ripetere Paolo Mantovani. La bontà del suo lavoro aveva confermato quelle parole.


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