Marta che guarda
24 Luglio Lug 2012 0827 24 luglio 2012

Detachment - Il distacco. E quella faccia un po' così di Adrien Brody

A vedere questo film ci sono andata per due motivi.
Il primo è la faccia dolente e strana di Adrien Brody, la sua eleganza e il suo stile, che mi affascinano ogni volta (il signor Brody riusciva a essere elegante perfino nel Pianista di Roman Polansky, quando, ebreo durante la seconda guerra mondiale, stava morendo di stenti pur di non farsi trovare dai nazisti).
Il secondo è per l'argomento: la scuola. In particolare la scuola per adolescenti, che a lavorarci dentro, da insegnante, deve essere un'esperienza bellissima e terrificante insieme.
Detachment è la storia di un supplente di letteratura mandato a insegnare per tre settimane in una di quelle scuole americane di periferia che assomigliano più all'inferno che a un luogo dove studi e impari. Un luogo dove i ragazzini insultano i professori, li umiliano, li detestano, mentre si incamminano, rabbiosi e ignari, verso un destino disperante.
In effetti il film si sofferma più sulle tribolazioni dei poveri docenti che su quelle degli studenti, e fa passare ogni fantasia sulla bellezza e l'utilità di diventare insegnanti, casomai qualcuno coltivasse questo nobile sogno. O almeno passa la voglia di farlo in America (o sarà lo stesso anche in Italia, somewhere?)
Comunque, il professor Henry Barthes (A. Brody) sembra una catalizzatore di sventura: ha un passato di dolore e violenza che lo tormenta, un nonno-orco in pieno Alzheimer da accudire, una prostituta bambina a cui decide di badare, come se non avesse già abbastanza problemi. Ma è forse l'unico che riesce a comunicare con questi ragazzi furiosi o tristi, e dopo tre settimane ne conquista il rispetto, giusto prima di doversene andare. Il destino però non lo premia e gli toccherà di essere travolto da una nuova tragedia.
Detachment, insomma, non è una commedia e se uno vuole passare un paio d'ore in leggerezza è meglio che ne stia alla larga.
Non è però nemmeno uno di quei film liberatori in cui piangi e ripiangi e poi però ti consoli ed esci dal cinema che ti senti meglio.
No, qui si soffre davvero, angoscia pura, e gli spiragli di speranza te li devi andare a trovare un po' da solo, attaccandoti ai pochi indizi che il regista concede qua e là.
La regia di Tony Kaye (American History X) non è banale, si sforza di essere drammatica e sincopata, senza mai dimenticare di essere patinata (ahimé).
La sceneggiatura tiene abbastanza, a parte un paio di dialoghi davvero poco plausibili tra il professore e la piccola prostituta. Purtoppo hanno voluto mettere un po' troppa carne al fuoco, a discapito di una maggiore profondità di analisi e rappresentazione.
Quanto alla faccia dolente e strana di Adrien Brody, qui ne ho fatto decisamente il pieno e posso affermare che sono a posto per un bel po'. La prossima volta, Adrien, una commedia, per favore.

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