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24 Luglio Lug 2012 1250 24 luglio 2012

Vogliamo i nomi di chi specula. Subito.

In queste giornate di passione sui mercati finanziari, la speculazione viene spesso additata come principale responsabile del tracollo delle borse e dell'inarrestabile allargamento del differenziale di rendimento tra titoli governativi italiani e tedeschi (il famoso "spread").

Ma quando si cerca di capire chi siano davvero questi speculatori, le risposte sono sempre molto evasive. Invece che immaginare una sorta di anonimo Demiurgo della finanza cerchiamo di fare un po' d'ordine per ottenere, se non delle risposte, almeno domande più utili a comprendere la situazione.

I primi da escludere dalla categoria di speculatori sono tutti quegli investitori che in una situazione come quella attuale vendono i titoli italiani in portafoglio perché non si fidano più dell'emittente e della sua capacità di rimborsare i propri debiti. Questo comportamento non si può certo definire speculativo perché la motivazione è semplicemente quella di ridurre il rischio a fronte di numeri di finanza pubblica insostenibili e un quadro politico (non solo italiano) che ogni giorno di più dimostra l'assoluta incapacità di risolvere la crisi dell'Euro. Un comportamento del tutto razionale anche se a farne le spese è soprattutto l'Italia che vanta uno stock del debito pubblico tra i maggiori del mondo.

A conferma dell'intento non speculativo o predatorio del fenomeno, è sufficiente pensare alle numerose trasmissioni alla radio e televisione che anche rivolgendosi ai piccoli risparmiatori, ripetono sempre più frequentemente il consiglio di diversificare il portafoglio tramite l'acquisto di titoli di emittenti esteri o in valuta in un'ottica di diversificazione e per ridurre la concentrazione su titoli sovrani italiani.

Chi vende allo scoperto (ovvero senza possedere i titoli) e quindi specula su una discesa dei prezzi (per potergli poi ricomprare in un secondo momento a un prezzo più basso), per farlo deve prendere a prestito i titoli da vendere. E' possibile anche per chi vuole coprirsi dal rischio default Italia rivolgersi anche ad un altro mercato: quello dei famigerati "credit default swaps" (CDS). In questo scenario si innesca un meccanismo per cui la controparte (estera) che ha venduto protezione (se c'è chi compra protezione, la controparte per definizione deve venderla) debba poi a sua volta coprirsi dal rischio di mercato (ovvero un aumento del rischio default Italia) vendendo titoli allo scoperto. L'operazione innesca un meccanismo per il quale chi vende protezione, dato che non vuole assumersi il rischio default dell'Italia, debba procedere a vendere i titoli allo scoperto.

In questo caso infatti se l'Italia facesse veramente default l'istituto che ha comprato protezione guadagnerebbe mentre chi l'ha venduta perderebbe nei confronti della controparte che ha comprato protezione ma guadagnerebbe sul mercato dove ha venduto allo scoperto i titoli italiani per coprirsi dal rischio di mercato. Significativa a questo proposito la decisione presa da Italia e Spagna che per cercare di arginare le vendite di borsa hanno vietato temporaneamente le vendite allo scoperto di alcuni titoli azionari, non estendendo però il provvedimento al comparto obbligazionario.

Un anello importante delle catena della speculazione sono quindi i possessori dei titoli che direttamente o indirettamente finiscono sul mercato e contribuiscono al rialzo dei rendimenti. Ma questi titoli sono in gran parte in mano ad investitori istituzionali sensibili ai richiami della politica. Un domanda legittima allora è se la speculazione e l'incapacità (o volontà) politica di trovare una soluzione ad una crisi ormai globale non siano i due lati della stessa medaglia.

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