Signorina Frida
27 Luglio Lug 2012 1434 27 luglio 2012

In Corea del Sud è vietato studiare dopo le 22

In un umido mercoledì sera a Seoul, sei impiegati governativisi si incontrano in ufficio per organizzare una retata notturna. La missione è semplice quanto intuitiva: trovare bambini che studiano dopo le 22. E fermarli.

In Corea del Sud si è arrivati a questo. Per ridurre la dipendenza del Paese al privato, ossia le accademie di tutoring che operano dopo l’orario di lavoro (chiamate hagwons), le autorità hanno iniziato a far rispettare il coprifuoco, anche pagando dei cittadini con dei premi per scovare i trasgressori. Il raid inizia comodamente: beviamo un tè, e mi offrono un biscotto al riso. Cha Byoung-chul , burocrate di medio livello del distretto di Gangnam di Seoul dell’Ufficio Educazione, è il capo della retata. Gli chiedo degli ultimi blitz e mi parla della notte in cui ha individuato dieci adolescenti sul tetto di una cram-school alle 23. “Non c’era posto per nascondersi”, risponde Cha. Nel buio della notte, ha cercato di rassicurare gli studenti. “Ho detto loro che era la hagwon a compiere una violazione, non loro. Potete andare a casa.”
Cha fuma una sigaretta nel parcheggio. Come qualsiasi uomo, cresciuto sotto la scure di secoli di tradizione, non ha fretta. “Non ce ne andiamo alle 22 in punto. Vogliamo dargli venti minuti. In questo modo, non hanno scuse.” Alla fine, ci affolliamo su una Kia Sorento color argento e ci dirigiamo verso Daechi-Dong, uno dei distretti di Seoul con il più alto numero di hagwon, dove le strade sono affollate da genitori in attesa di riprendere i propri figli. Gli ispettori passeggiano sul marciapiede, davanti ai piani dove sono localizzate le hawgon- tra Dunkin’Donuts e Kraze Burgers-cercando frammenti luminosi rivelatori dietro ombre disegnate. Alle 23 circa, ripiegano su un lato stretto della strada, seguendo una soffiata. Entrano in uno squallido edificio e si arrampicano per le scale, passando su un pezzo di borsa. Al secondo piano, la donna dell’unità bussa alla porta. “Salve? Salve!” grida. Una voce bassa risponde “Solo un minuto!” e l’ispettore da un’occhiata ad un altro. “ Solo un minuto” non è la risposta giusta. Cha invia uno dei suoi uomini al piano di sotto per bloccare l’ascensore. Il raid inizia in quel momento. Il giro di vite sulle hagwon fa parte del più ampio tentativo di domare la cultura nazionale del masochismo educativo. A livello nazionale e locale, i politici stanno modificando le politiche dei test di ammissione a scuole ed università per ridurre lo stress degli studenti e premiare qualità come la creatività. “Una misura non si adatta a tutto, un governo guidato che uniforma i curriculum ed è bloccato sui test di ingresso, non è accettabile,” ha ammesso il Presidente Lee Myung-bak all’inaugurazione del 2008. Ma le cram-school permeano profondamente la cultura asiatica, dove il massimo dei voti-e spesso niente di più-è stato considerato essenziale per il successo professionale. Prima degli spazzolini da denti e delle presse per la stampa, c’erano esami di servizio civile che potevano aiutarti o distruggerti. Le famiglie cinesi hanno assunto mentori per preparare i figli ai test fin dal VII secolo. Al giorno d’oggi, la Corea del Sud ha preso questa competizione in modo estremo. Nel 2010, il 74% degli studenti era impegnato in qualche forma di istruzione privata nel doposcuola, chiamata anche educazione ombra, ad un costo medio di 2.600 $ l’anno per studente. Ci sono più insegnanti privati in Sud Corea che pubblici, e quelli più popolari guadagnano milioni di dollari da classi on line e non. Quando al Ministro dell’Educazione di Singapore fu chiesto, lo scorso anno, della dipendenza delle sua nazione verso l’istruzione privata, lui ha subito trovato una ragione per sperare: “Non stiamo peggio dei coreani.”.
A Seoul, legioni di studenti che falliscono per entrare nelle università più prestigiose, trascorrono l’intero anno a frequentare le hagwon, dopo la scuola, per migliorare i loro punteggi agli esami di ammissione universitaria. E devono competere anche in questo.
Al prestigioso Istituto Daesung, l’ammissione è basata (abbastanza diabolicamente) sui punteggi dei test degli studenti: solo il 14% dei candidati è accettato. Dopo un anno di 14 ore al giorno, circa il 70% ottiene di entrare in una delle tre università più prestigiose del Paese.
Da lontano, la Corea del Sud appare invidiabile. I suoi studenti superano le controparti, quasi in ogni Paese, in lettura e matematica. Negli USA, Barack Obama e il suo Segretario all’Educazione parlano brillantemente dell’entusiasmo che i genitori sudcoreani hanno per l’educazione dei loro figli, e loro lamentano quanto gli studenti americani siano lontani da tali traguardi. Senza l’ossessione per l’educazione, la Corea del Sud non si sarebbe trasformata nella fucina economica che è oggi. (dal 1962 il Prodotto Interno Lordo della Nazione è cresciuto del 40.000%, rendendola la 13ma economia più importante del mondo). Ma i leader del Paese si preoccupano, a meno che il suo rigido sistema gerarchico non inizi a coltivare più innovazione, che la crescita economica si blocchi- e i tassi di produttività continueranno a diminuire perché le famiglie sentono la pressione per dover pagare tutto quel tutoraggio. “Voi americani vedete un lato luminoso nel sistema coreano,” mi ha detto il Ministro dell’Educazione Lee Ju-ho, “ma i coreani non sono contenti di quel sistema.”
I sudcoreani non sono soli nel loro malcontento. In Asia, i riformatori spingono a fare scuole più “americane”- così come i riformatori americani voglio rendere le loro scuole più “asiatiche”. In Cina, le università hanno iniziato a modellare test di ammissione per studenti con talento al di là dell’apprendimento sui libri. E i funzionari taiwanesi, recentemente, hanno annunciato che i ragazzi non dovranno più sostenere esami stressanti per entrare nella scuola superiore. Se la Corea del Sud, apogeo dell’educazione estrema, porta aventi le riforme giuste, potrebbe essere un modello per le altre società. Il problema non è che i ragazzi sudcoreani non imparano abbastanza o non lavorano duramente, ma che non lavorano in maniera intelligente. Quando ho visitato alcune scuole, ho visto classi in cui un terzo degli studenti dormiva, mentre l’insegnante continuava la lezione, apparentemente imperturbato. I magazzini di articoli da regalo vendono cuscini speciali che scivolano sull’avambraccio per rendere il pisolino sulla scrivania più confortevole. In questo modo, e contro ogni logica, si può dormire in classe- e stare svegli fino a tardi a studiare. A titolo di confronto, prendiamo la Svezia, l’unico Paese europeo che esegue i test, elaborati dall’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo, al pari della Corea del Sud. In Finlandia, la spesa combinata tra pubblico e privato è minore per alunno che in Corea del Sud e solo il 13% degli studenti finlandesi si serve di lezioni di recupero dopo la scuola. I coreani si sono lamentati per anni dell’inefficienza del loro sistema, e il governo ha ripetutamente cercato di umanizzarlo-semplificando i test di ammissione e fissando un tetto all’insegnamento delle hagwon, sebbene si sia lontani dalla proibizione completa di queste scuole, come negli anni Ottanta, quando il Paese era sotto dittatura. Ma dopo ogni tentativo, le hagwon sono tornate più forti. Questo perché gli incentivi rimangono immutati, gli studenti sudcoreani si rimpinzano di studio per una sola ragione: entrare in una delle università più prestigiose del Paese. Gli spazi d’inserimento sono stretti-e il premio per l’ingresso troppo grande. “ Il luogo in cui frequenti l’università ti opprimerà per tutta la vita,” dice Lee Boam, ex docente di una cram-school, che ora lavora alla riforma per l’educazione nel distretto metropolitano di Seoul. Ma a questo punto, l’amministrazione dimostra che le sue riforme stanno colpendo non solo il sintomo della disfunzione ma anche le cause: sta lavorando per migliorare le scuole pubbliche medie, inserendo docenti e presidi attraverso valutazioni severe, che prevedono questionari di gradimento a studenti, genitori e insegnanti, richiedendo un ulteriore allenamento per i docenti con punteggi più bassi; allo stesso tempo, il governo spera di ridurre la tensione sugli studenti. Le punizioni corporali, un rituale trincerato e formalizzato nelle scuole sudcoreane, sono ora proibite (sebbene alcuni studenti mi abbiano raccontato che, a volte, si verificano ancora). I test di ammissione a scuole altamente specializzate, come quelle linguistiche, sono stati eliminati. Gli scolari medi sono ora valutati in base ai loro voti regolari e ad un colloquio, e 500 addetti alle ammissioni sono stati nominati presso le università del Paese, per giudicare i candidati non solo sulla base di punti e voti, ma anche su altre abilità.
La trappola dei genitori
Nessuno difende lo status quo della Corea del Sud: “Tutto quello che facciamo è studiare, eccetto quando dormiamo,” mi ha detto uno studente di scuola superiore, e non stava esagerando. Il programma accademico tipico inizia alle 8 e finisce, qualche volta tra le 22 e l’una di notte, in base all’ambizione dello studente. A dirla tutta, alcuni studenti rinunciano a questo sistema, come quelli che vanno alle scuole professionali, per esempio. Ma i più non possono trascendere l’inflessibilità delle famiglie e l’uguale pressione a studiare, finché non si cede alla stanchezza. “Mi distrugge il cuore,” mi ha detto un altro adolescente, “vedere i miei compagni competere l’uno contro l’altro, invece di aiutarsi.”
I genitori rimangono i veri conduttori della corsa al successo educativo, e sono i più reticenti da convertire. Han Yoon-hee, docente di inglese presso la scuola superiore di Jeong Bal a Ilsan, un sobborgo di Seoul, dice che l’ansia dei genitori è radicata. “ I genitori si innervosiscono quando i figli non vanno alle lezioni notturne: sanno che altri studenti sono lì e devono competere l’uno contro l’altro.” Alle volte, è difficile conoscere chi sta competendo contro chi, se gli studenti o le loro madri. Nel 1964, l’esame di ammissione a scuola conteneva una domanda sugli ingredienti di una caramella, ma il test, inavvertitamente, includeva due risposte giuste, solo una delle quali considerata corretta. A protestare contro questa ingiustizia, le madri, indignate, e non gli studenti, iniziarono a cucinare le caramelle fuori dagli uffici governativi, usando l’ingrediente alternativo. Alla fine, le madri ottennero le dimissioni del vice Ministro dell’Educazione e il sovraintendente di Seoul, e dozzine di studenti ricevettero offerte retroattive di ammissione. Ancora, il Ministro dell’Educazione può vantare un’altra vittoria in questa lunga battaglia: la spesa per l’istruzione privata è diminuita del 3-5% nel 2010, il primo calo da quando il Governo ha iniziato a tracciare il fenomeno. Il segnale di declino può essere considerato un trend? Beh, i coreani spendono ancora il 2% del loro PIL per l’insegnamento privato.
Andrew Kim, istruttore di grande successo presso Megastudy, la più grande hagwon della Corea del Sud, dice di aver guadagnato 4 milioni di dollari tra lezioni on line e tradizionali. Ammette che il sistema è lontano dall’ideale, così lontano da non aver intaccato i suoi introiti. “Presa la più difficile delle misure”, dice, “e le hawgon diventano più resistenti.” In risposta al coprifuoco imposto dal Governo, per esempio, molte hawgon hanno inserito più lezioni on line per gli studenti, da acquistare da casa, dopo la scuola; altre hawgon si burlano della legge, continuando ad operare dopo il coprifuoco. La notte del raidi di Daechi-Dong, io e gli ispettori abbiamo aspettato che ci aprissero la porta e quelli si sono tolti le scarpe ed hanno iniziato un allegro tour del posto. In una conigliera di piccole aule- studio, con soffitto basso e luci fluorescenti, circa 40 adolescenti sedevano in piccole sezioni individuali. L’aria era stantia: una scena disturbante, un negozio di sudore per i cervelli dei bambini. Questa non è tecnicamente una hawgon, ma una biblioteca autonoma per il doposcuola, almeno in teoria: queste biblioteche hanno il permesso di rimanere aperte anche dopo le 22, sebbene gli ispettori sospettino che si tratti hawgon camuffate. I ragazzi studiano sugli stessi fogli da lavoro e, di tanto in tanto, compare un manipolo di adulti che sembrano docenti. Uno di loro nega qualsiasi malaffare. ”Facciamo semplicemente il nostro dovere”, dice indignata. “Non insegniamo.” Cha, capo della squadra, scuote la testa. “Ho già concesso troppe giustificazioni prima, ma abbiamo motivo di credere che stiate operando nell’illegalità.”
Più tardi, la squadra fa controlli in altre biblioteche, ma non trova nulla di sospetto. A mezzanotte circa, Cha si accende una sigaretta su un angolo della strada e chiacchiera con i suoi colleghi, poi si dirigono a casa, dopo aver liberato 40 adolescenti su 4 milioni…

Le cd. cram-school sono scuole specializzate nell’allenare gli studenti a raggiungere determinati obiettivi, come, per esempio, i test di ammissione alla scuola superiore o all’università. Il termine deriva dallo slang inglese “cramming”, che significa studiare duramente su una grossa mole di libri in poco tempo.

Questa è la traduzione di un articolo che ho letto sul TIME qualche tempo fa e che mi ha indotta a riflettere sul sistema scolastico italiano, partendo da quello estremamente competitivo, e quasi masochista, della Corea del Sud che, lasciatemelo dire, è un sistema aberrante.
Essendo un’insegnante freelance, mi sono confrontata spesso con i genitori dei miei alunni, e non solo, e all’unisono affermano che gli insegnanti italiani assegnano troppi compiti. Questa lamentela si amplifica nel periodo estivo, quando i genitori vorrebbero, e io li capisco pure, staccare la spina e non pensare a nulla… E invece ci sono i famigerati “libri delle vacanze”, che attendono al varco studenti annoiati, e svogliati, e genitori poco abili a motivare i propri figli.
La scuola è profondamente cambiata, ma non in meglio, ahimè… L’Italia è uno dei Paesi che riesce meno degli altri a favorire l’alfabetizzazione informatica, eppure ho visto decine di alunni fare ricerche on line, tramite siti specializzati, e pensare si aver concluso un compito semplicemente stampando su qualche foglio l’oggetto della ricerca stessa.
Oggi ai ragazzi non si insegna più il metodo per fare indagini, di storia o geografia che siano: si accende il pc e, in un batter d’occhio, digitando la key word, si ottengono informazioni che non vengono metabolizzate, rielaborate, selezionate e con un semplice click escono dalla stampante, pronte ad essere presentate al docente. Una volta un alunno ha avuto il barbaro coraggio di presentarmi la stampa di una ricerca sull’homo habilis, evidenziata, in ogni riga, con colori fluorescenti: il suo scopo era di farmi credere di aver studiato l’argomento, ma io ero certa che non fosse così.
Ebbene sì, appartengo a quella scuola di pensiero che non ama la semplice compilazione di moduli per verificare l’apprendimento o meno di un dato argomento, né tantomeno test con le risposte chiuse e/o multiple oppure sterili fogli stampati, impersonali e asettici, da cui non emerge l’impegno dell’allievo.
Rimpiango le cartine geografiche fatte a mano, i grafici colorati e le tavole di educazione artistica e tecnica: ogni tanto li scovo nei cassetti e li guardo, facendo un gioioso tuffo nel passato…
Il mio vecchio libro di grammatica inglese del liceo è intatto: la mia insegnante, appassionata di Teatro dell’Assurdo, non ammetteva che si svolgessero i compiti sull’exercise book. Imperativo categorico era ricopiare, a menadito, intere frasi e completarle a dovere… All’epoca storcevo il muso, mi lamentavo del tempo perso, soprattutto perché eravamo davvero pieni di compiti, ma con il tempo ho capito la ragione di quella scelta. La mia prof. tentava di insegnarci a scrivere le parole in inglese, a memorizzarle il più possibile, e la stessa tecnica era adottata dalla prof. di latino che ci ribadiva sempre: “Repetita iuvant!”. Oggi, a distanza di tanti anni e di fronte a tanta scarsa preparazione, ringrazio quei docenti zelanti, puntuali, preparati e severi che mi hanno permesso sempre di essere me stessa e di esprimersi dandomi strumenti validi e forti. Nel mio piccolo cerco, non con fatica, di replicare il loro modello educativo, magari beccando qualche alunno che sbuffa, ma non importa perché so che il tempo mi darà ragione e sarà in quel momento, e solo allora, che avrò realizzato la mia missione: quella di formare PERSONE, capaci di vivere il proprio tempo al massimo grado, abili nell’utilizzare il sapere trasmesso con dedizione e convinzione, pronti a lavorare sodo per raggiungere un obiettivo, non con un semplice click, perché la vita è fatta di altro…

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