Èvviva
30 Luglio Lug 2012 1154 30 luglio 2012

Quando una piccola mamma cresce. E respira libertà.

Se c’è una cosa che adoro fare con i miei figli è uscire di sera, col buio. È che l’ho desiderato per tanto di quel tempo che mi sembra uno di quei piccoli momenti di felicità in cui ti senti veramente libera. Già, libera, nonostante abbia due gnomi da tenere a bada.
La prima volta che mio marito ed io siamo usciti di sera con loro è stata l’estate scorsa, fine estate, ma solo adesso in fondo si può fare per davvero, adesso che il grande ha quasi sei anni ed il piccolo quasi quattro.
È che quando ti trovi catapultata in una realtà molto più difficile di quanto immaginavi, con un bambino insonne e sempre inquieto ed irrequieto, cerchi soprattutto di dare un ritmo equilibrato alla tua vita, senza neppure accorgerti che non puoi. Cerchi di scandire tempi e orari che finiscono per fagocitare soltanto te perché l’inquieto se ne impippa e continua ad inquietarsi ancor di più. Ma tu non sai come fare e non capisci dov’è l’errore, perciò, per tanto tempo, perseveri. E ti ritrovi a guardare le coppie con bimbi piccoli che passeggiano per la strada, nei paesini d’estate, mentre tu sei al balcone a vegliare sul sonno dei tuoi figli, che chissà come, dopo una giornata durissima, è arrivato. È che hai quasi paura di farli uscire, perché temi che le crisi da sonno e da stanchezza, soprattutto dopo il mare, ti facciano pentire anche soltanto di averci provato. Tra le altre cose.
Poi un giorno scopri che puoi farlo anche tu. Anzi, lo decidi. Esci timorosa, ma con una gran voglia di spezzare la routine, di evadere dagli orari fissi e dalle abitudini, di scoprire il mondo con le luci di notte. Ti senti tornare bambina, hai voglia di essere adulta. Chiami il grande irrequieto e gli dici “ti va di uscire col buio, stasera?” e resti a guardarlo mentre gli si illuminano gli occhi e la bocca inizia a sorridere di quel sorriso dolce dei bambini quando ricevono un regalo inaspettato che sembra grande un mondo. E allora lo stringi al petto e gli chiedi: “sei felice?”, ma sei tu ad esser felice, tu.
E sei felice quando li vesti, lui e il fratello, preparando i pigiamini sul letto per quando tornerete. Sei felice mentre guardi il più piccolo che ti viene dietro come nulla fosse, lui che non ha mai conosciuto privazioni e non ne ha fatte conoscere a te perché ha sempre vissuto, finora, sui ritmi e gli schemi collaudati sul fratello complicato. Ti senti felice mentre ti vesti semplice semplice, evitando il bianco anche se è estate, perché basta un piedino sul pantalone a sporcartelo e tu non vuoi dover stare a guardare la macchia in una serata come questa. Ti senti felice mentre passeggi per strada, e guardi l’orologio di continuo, non perché è tardi, ma perché state tutti bene e puoi fare ancora più tardi, non c’è fretta di tornare, domani non c’è scuola, si può dormire quanto si vuole, e non ti sembra vero, e andiamo avanti, che si sta così bene qui fuori che è bello anche vedere gli altri genitori ritirarsi mentre tu sei ancora là. E tutti ti guardano come se fosse normale, perché lo è, ma non è normale per te.
L’hai desiderato talmente tanto che ti sembra un momento di amore sconfinato, di emozione grandissima, da cuore di bambina, non di mamma. Mangeresti tutte le patatine fritte e le alette di pollo che il mondo è capace di contenere, e tutti i gelati, le barrette dolci, le caramelle delle bancarelle di paese. E ti sporcheresti il viso con lo zucchero filato, se ce ne fosse, e le mani con i colori.
Poi qualcuno, dopo un paio di sbadigli, dice: “andiamo a dormire?”. E ti incammini con loro verso casa, e per l’ultima volta guardi l’orologio. Sono le 23,00 e sei ancora per strada. “Lo pensavi possibile, tu?” domandi a tuo marito. “No, pensavo alla stessa cosa anch’io”. Sorridete e tu apri la bocca, per inghiottire tutta quest’aria di libertà. Fino alla prossima volta, comunque sarà.

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