Congiuntura
1 Agosto Ago 2012 1728 01 agosto 2012

Monti sta preparando il campo per chiedere aiuti in autunno?

Ampi sorrisi, abbracci, strette di mano. L’incontro fra il presidente del Consiglio Mario Monti e il premier finlandese Jyrki Katainen sembra essere andato nel migliore dei modi. «È importante che la Finlandia abbia condiviso la nostra idea che i mercati non stiano riconoscendo i progressi fatti dall’Italia», ha detto Monti. E proprio in virtù di questo mancato riconoscimento, Roma potrebbe chiedere un aiuto finanziario. Colpa dei mercati, quindi, e dell’eccessiva pressione applicata da quest’ultimi sull’eurozona? Così pare, secondo l’ex commissario europeo. Ragionando a freddo, tuttavia, emerge una realtà ben diversa da quella che di primo acchito si potrebbe pensare. Per la settima volta Monti ha detto che l’Italia potrebbe chiedere un sostegno ai fondi European financial stability facility (Efsf) e European stability mechanism (Esm). La prima volta è stata alla vigilia del Consiglio europeo di fine giugno, quello che doveva essere «cruciale» per il futuro dell’eurozona. O quello di Monti è un bluff o sta cercando di preparare il campo per la richiesta di aiuto in autunno. Delle due l’una.

I primi contatti per il bailout indiretto dell’Italia sono avvenuti almeno due mesi fa. Roma, Madrid e Parigi si sono trovate d’accordo fin da subito: occorre l’attivazione di un “meccanismo anti-spread”. In altre parole, un veicolo finanziario in grado di poter acquistare, tanto sul mercato obbligazionario primario quanto su quello secondario, titoli di Stato dei Paesi sotto pressione. I mercati finanziari non hanno pazienza e non riconoscono gli sforzi dell’Ue: questa era la scusa ufficiale per chiedere uno strumento in grado di mitigare l’impennata dei rendimenti sui bond sovrani. Detto, fatto. I due fondi salva-Stati, Efsf e Esm, hanno già la possibilità d’intervento sul primario e sul secondario. Tuttavia, non esistono pasti gratis. Per avere l’aiuto occorre che il Paese richiedente firmi un memorandum d’intesa, che inevitabilmente prevede il monitoraggio di Commissione europea e Banca centrale europea. Niente Fondo monetario internazionale, quindi niente troika in stile greco.

Come ha scritto Ferdinando Giugliano sul Financial Times di alcuni giorni fa, è ora che Monti dica la verità. Dopo la riforma delle pensioni, il percorso di quella inerente il mercato del lavoro è stato tanto lento quanto improduttivo. Bene la flessibilità in uscita, male il costo del lavoro, che rimane uno dei maggiori ostacoli a un incremento della competitività italiana. E sono ancora ignote misure come le liberalizzazioni, il taglio strutturale della spesa pubblica, la riduzione dei costi della politica e la riduzione del carico fiscale per imprese e cittadini. Del tutto perdute invece le speranze di vedere concrete azioni per la crescita economica, insieme al debito elevato e all’instabilità politica uno dei tre problemi italiani degli ultimi 20 anni. C’è però un aspetto che fa ancora più paura di tutti questi.

L’Italia è diretta verso ciò che è successo in Grecia durante la prima (fallimentare) tornata elettorale di quest’anno. Prendendo per buono il voto nella prossima primavera, chi si presenterà? Gli stessi nomi che hanno portato l’Italia a dover richiedere il monitoraggio del Fondo monetario internazionale durante il G20 di Cannes. Certo - qualcuno potrebbe obiettare - ora c’è la novità politica di Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle. Ma basti pensare cosa è successo al Comune di Parma per la formazione della giunta per avere un brivido di paura lungo la schiena. E considerando lo spirito di autoconservazione (della poltrona) diffuso nella politica italiana, di paura bisognerebbe averne molta.

Perché un investitore straniero dovrebbe investire in un Paese immobile politicamente e debole economicamente come l’Italia? Per beneficenza? No. Come aveva argomentato a inizio anno Bill Gross, fondatore di PIMCO, il più grande fondo obbligazionario mondiale, siamo entrati nel «Paranormal World», in cui niente è più come prima. E la prova di questo l’hanno fornita Mario Monti e Mario Draghi. Il primo, oggi, reiterando che il dialogo fra mercati finanziari e Stati dell’Ue è praticamente rotto. Il secondo, la scorsa settimana, sottolineando che le decisioni di politica monetaria della Bce non sono state correttamente trasmesse all’interno dell’eurozona. Ma che sia un mondo fuori dall’ordinario (o forse nel nuovo ordinario) lo si capisce anche dai crescenti gap fra il cuore economico dell’eurozona (Germania, Olanda, Finlandia) e la periferia. Questa nuova condizione, senza dubbio, ha contribuito al peggioramento di alcune situazioni, ma non bisogna trovare scuse.

Negli ultimi 20 anni l’eurozona ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. In Italia come in Grecia come in Germania pochi hanno mangiato sulle spalle di molti. Le regole, come quelle dettate dal Trattato di Maastricht, sono state infrante più volte, con la connivenza di tutti. E, tranne che in poche occasioni, non c’è stato spazio per unità e chiarezza d’intenti. Due elementi che, a ben guardare, non sono presenti nemmeno in questo momento. Né in Europa né in Italia. Forse, almeno da un tecnico come Monti, sarebbe lecito attendersi entrambe.  

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