Massimiliano Gallo
Mi consento
7 Agosto Ago 2012 1403 07 agosto 2012

Cara Tinagli, la diagnosi è giusta ma la cura è sbagliata. I trentenni devono uccidere il padre

Oggi sulla Stampa Irene Tinagli (ricercatrice di Economia, montezemoliana della prima ora e consulente del ministro Profumo) torna su uno dei temi più dibattuti della politica di casa nostra assieme alle quote rosa: la  cosiddetta generazione perduta, i trentenni e quarantenni. Vabbè la storia è più o meno la stessa: sono una risorsa per il Paese, sono tredici milioni gli italiani tra i 30 e i 44 anni ed altre cifre interessanti. Tinagli scrive l’articolo prendendo spunto dal forum de La Stampa dove, scrive, «è nato un acceso dibattito» sul tema. Per poi, nella terza colonna del pezzo, buttare giù venti righe che sono una denuncia fortissima. Eccovele.

«Sono loro - scrive Tinagli - i periti e gli artigiani che mandano avanti le migliaia di piccole e medie imprese che fanno il “made in Italy”. Sono gli architetti, gli avvocati o gli ingegneri che per stipendi magrissimi mandano avanti i grandi studi i cui vecchi fondatori girano in Porsche. Sono i giornalisti che tengono in piedi molte nostre testate grazie ad un lavoro di qualità pagato una minima parte di quello dei “grandi vecchi”. Sono i ricercatori che consentono ad interi dipartimenti universitari di resistere. Sono i volenterosi che gestiscono le migliaia di cooperative che con costi minimi erogano servizi per conto di comuni, province e regioni, consentendo risparmi che gli enti locali magari spendono per finanziare opere fatte da amici costruttori o per ripianare i buchi creati nelle aziende pubbliche dagli incompetenti messi lì con logiche politiche. E sono sempre loro, tutti loro, che per anni hanno pagato tasse crescenti sulle loro forme contrattuali atipiche già molto penalizzanti per consentire alle generazioni precedenti di andare in pensione a cinquant’anni o anche meno.»

Una denuncia in piena regola, e anche una diagnosi impietosa. È sulla cura che non sono d’accordo. Lei scrive così: «Basta leggere i loro blog per capire che buona parte di questi italiani non chiede né compassione né assistenza, ma un riconoscimento e un’opportunità, un obiettivo collettivo che sia per loro una motivazione a non mollare”. E quindi il solito appello al Paese a non perdere per strada queste risorse.

Ma il punto è un altro. Il punto è che nessuna generazione conquisterà  mai nulla se non dichiarerà guerra a quella che l’ha preceduta o che occupa i posti chiave. In poche parole, l’uccisione del padre - così ben spiegata dal mito di Edipo e poi da Freud - dev’essere una stella polare. Sempre. Non chiedo a Irene Tinagli di mettersi a capo di un movimento di ribelli, per carità. Ma i trentenni, o chi per loro, sappiano che il grande vecchio con la Porsche non regalerà loro mai nulla. Non è facile, lo so. Ma forse sono la debolezza e la scarsa fiducia nei propri mezzi, e in alcuni casi l’incapacità e la preparazione, i limiti della generazione dei trenta-quarantenni, di cui perlatro faccio ancora parte, seppure al limite. Talvolta, se non spesso, questa generazione preferisce accodarsi, mettersi in fila, anzi fare a gara a chi è più servile col barone di turno per poi, magari verso i cinquanta, raccogliere quanto seminato (o sperperato, dipende dai punti di vista) e a propria volta cominciare a sfruttare i giovani di turno.

Vale la pena non dimenticare un passaggio illuminante di un’intervista rilasciata da Carlo De Benedetti alla trasmissione tv Fratelli d’Italia. «Steve Jobs - disse - mi chiese se ero disposto a mettere un milione di dollari di allora per avere il 20% dell'azienda. Io dissi a Piol: non stiamo a perdere tempo con questi due ragazzi, abbiamo cose più serie da fare». Ecco, Steve Jobs se ne fregò del no di De Benedetti e non stette a guaire fuori la sua porta e magari a portargli la borsa.

Ora, figuriamoci, non dico che dobbiamo essere tutti Steve Jobs. Ma provare ogni tanto a uscire dalla fila potrebbe giovare. 

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