Nuovo Mondo
9 Agosto Ago 2012 2151 09 agosto 2012

I cubani all'Olimpiade con l'obbligo di patriottismo

Quando le Olimpiadi diventano occasione di propaganda è difficile sapere dove sia la verità, specie nelle parole e nei gesti di circostanza e d’istinto dopo la storica ed entusiasmante vittoria di una medaglia, magari del metallo più prezioso.

Nel caso di Cuba la gioia sia doppia, perché gli atleti dell’isola notoriamente forti ed orgogliosi aspettano le Olimpiadi per mostrare al mondo di non essere affatto la cenerentola latinoamericana e giocarsi le loro carte con le nazioni più forti del mondo ed il Governo cubano carica di ulteriori significati la partecipazione cubana e le eventuali vittorie, specie se contro gli odiatissimi Usa.

È del tutto normale che gli atleti che hanno vinto, come nel caso dei tre ori Leuris Pupo nel tiro, Idalys Ortiz nel Judo e Mijain Lopez nella Lotta Greco-Romana ma anche altri come Yarisley Silva che ha ottenuto uno storico argento nel salto in alto, abbiano in realtà dediche molto personali e particolari, per la loro famiglia, i loro figli, i loro genitori, perfino per gli amici all’estero e quasi tutti per il popolo della loro città e per quello cubano in generale, perché non difettano di patriottismo sincero.

Appena tornati a casa oppure intervistati da Granma o dall’Agencia Cubana de Noticias le notizie e le dichiarazioni che li riguardano però si trasformano improvvisamente. Così si viene a conoscere che Leuris Pupo ha vinto l’oro con la pistola che gli ha regalato Fidel Castro, elemento di grande augurio, che lo stesso Fidel ha difeso diversi atleti colpevoli di aver colpito alcuni giudici per decisioni avverse dettata dalla «mafia del CIO» e che Mijain Lopez e Yarisley Silva hanno dedicato il loro ora ai «Comandanti Fidel e Raul».

Peccato che proprio il lottatore Lopez, al suo secondo oro olimpico e per giunta portabandiera della delegazione cubana sia al centro dell’attenzione per il gesto della L di Libertad, mostrato dai dissidenti, dalle Damas en Blanco in numerose occasioni pubbliche ed esposto subito dopo la proclamazione della vittoria nella finale dei 120 kg. Per gli organi di stampa locali la L con pollice ed indice in realtà era un Due a ricordare la doppia vittoria olimpica dopo quella di Pechino e comunque un video, dove i due atleti come bravi scolaretti mostrano la fedeltà alla causa, fuga ogni dubbio, anche se già nel 2010 si parlò di una fuga del lottatore a Miami.

Per il Governo cubano la fedeltà degli sportivi è sacrosanta più di quella dei luogotenenti e non è un caso che atleti come Stevenson o Sotomayor siano venerati come miti. È per colpa di questa mancata fedeltà (o della mancanza di libertà secondo l’altro punto di vista) che Cuba ha perso i suoi migliori talenti nella boxe e nell’atletica, attratti da trainer e soldi americani o che non ci sono squadre rappresentative di Cuba a Londra per la prima volta dal 1972. C’è poi l’annosa polemica sul professionismo sportivo affermando di cui Cuba è l’unico paese carente sportivo e sull’embargo che blocca, non a torto, risorse importanti. Ma in fondo quegli atleti vogliono, giustamente, solo vincere, ma per farlo a Cuba devono improvvisarsi patrioti della rivoluzione.


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