Trenta denari
10 Agosto Ago 2012 1725 10 agosto 2012

Golden share, sugli investimenti stranieri l’Italia soffre di disturbo bipolare

Sembra impossibile in Italia affrontare pacamente il tema degli investimenti stranieri, senza che si manifestino subito sintomi gravi di disturbo bipolare. Ciclicamente, si passa da momenti di depressione per la scarsa attrattività del Paese, solitamente in concomitanza della pubblicazione di statistiche sul tema (“Italia fanalino di coda”), a fasi maniacali di eccitazione smodata per la difesa dell’«italianità», quando c’è qualche impresa straniera interessata a comprare o quando si parla di dismissioni di aziende pubbliche (“ci portano via le nostre aziende”).

Non di rado il disturbo si presenta in forma mista, per cui può capitare di sentire politici e sindacalisti lanciare allarmi sull’Italia in svendita, invocando provvedimenti “anti-scalata” (c’era un ministro del Tesoro pronto a dichiarare strategico il settore del latte) e nella stessa giornata di leggere alti lai degli economisti perché l’Italia è ultima nelle classifiche di attrattività degli investimenti esteri (per esempio «Doing Business» della Banca Mondiale, o anche «European Attractiveness Survey» di Ernst & Young). Non mancano casi acuti, come quando politici, economisti e giornali finanziari intonano lamenti sull’Italia-outlet e, contemporaneamente, i sindacati plaudono all’arrivo delle multinazionali (si veda, per esempio, l’intervista di Maurizio Landini della Fiom su Linkiesta). Purtroppo, non si conosce una cura risolutiva per il disturbo bipolare. Tuttavia, con adeguata cura farmacologica, la sindrome può essere tenuta sotto controllo, e riuscire a condurre una vita normale e produttiva.

Con un decreto del 15 marzo 2012 convertito in legge lo scorso 11 maggio, Il governo Monti ha optato per una terapia a base di poteri speciali, detta anche golden share sui settori della difesa e sicurezza nazionale e, in misura meno forte, su energia, trasporti e comunicazioni. Da allora erano  attesi uno o più decreti attuativi, e proprio oggi un comunicato di Palazzo Chigi ha informato il Cdm circa «un provvedimento di sua iniziativa che definisce il regolamento per l’individuazione delle attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale». 

Il presidente del Consiglio potrà esercitare i propri “poteri speciali” attraverso imposizione di specifiche condizioni per l’acquisto di partecipazioni in imprese del settore difesa, veto all’acquisizione di partecipazioni di controllo o ad alcune delibere societarie nel settore della difesa. Nello specifico, sono interessate aziende che producono armi avanzate, sistemi idonei a contrastare ordigni esplosivi, arei militari, sistemi di propulsione aerospaziali e navali militari ad elevate prestazioni. Per quanto se ne sa, dalla bozza di decreto restano quindi fuori i settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, che dovrebbero essere oggetto di un provvedimento distinto. 

Nel frattempo, ferve la discussione sulla cessione di Ansaldo Energia  (centrali elettriche, turbine a gas, nucleare) e Ansaldo Sts (sistemi di trasporto ferroviario), entrambe appartenenti al gruppo Finmeccanica, che è intenzionato a cederle per ridurre il suo debito. E qui la faccenda si complica. Pierluigi Bersani e con lui tutto il Partito democrativo non vogliono che si perda il controllo delle due Ansaldo. Se proprio Finmeccanica deve cedere, si ragiona, allora intervenga la Cdp e il suo Fondo strategico italiano.

Nel caso di Ansaldo Energia, su cui c’è l’interesse della Siemens, si tema che il gigante tedesco voglia comprare un concorrente su uno specifico campo (quelle delle turbine e delle centrali elettriche), per assorbirne il fatturato e competenze e poi toglierlo dal mercato.

Tali preoccupazioni ricordano quelle che circolavano nel 1993 ai tempi della privatizzazione del Nuovo Pignone, ceduto poi dall’Eni alla General Electric. Ci porteranno via la tecnologia e smembreranno e chiuderanno tutto (si veda al riguardo la lettera a Bernabè dell’allora presidente dell’azienda, contrario alla dismissione). Invece, gli americani investirono seriamente nella società tanto che oggi il Nuovo Pignone è una delle colonne della conglomerata americana e oggi è la capofila della divisione Oil & Gas della Ge e ha moltiplicato il fatturato. Di sicuro, allora il Nuovo Pignone fu subito individuato come uno dei “gioielli” potenzialmente appetibili agli investitori stranieri. Col senno di poi, molti hanno parlato di svendita, ma che di fronte a un venditore nella necessità di dismettere, il prezzo lo facciano i compratori è nell’ordine delle cose.

È vero che, di fronte all’happy ending del Pignone (l’azienda ha continuato ad investire, anche di recente), si potrebbero elencare anche diversi casi di segno opposto. Ma visto che l’Italia si trova nella condizione di venditore, varrebbe la pena di chiedersi in che modo si possano replicare le esperienze positive, anziché prendersela con il destino cinico e baro e gli investitori esteri che “vogliono spolpare le nostre aziende”. Se la sicurezza nazionale non è minacciata e c’è un piano industriale serio da parte dell’acquirente estero, gli attacchi maniacali di italianità andrebbero curati con un po’ di sano pragmatismo. 

Twitter: @lorenzodilena

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