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18 Agosto Ago 2012 1703 18 agosto 2012

I ricchi cittadini delle Cayman non vogliono pagare tasse e lo Stato affonda di debiti

Incredibile ma vero, anche le Isole Cayman sono indebitate. Il deficit dell’arcipelago caraibico continua a salire, e il presidente McKeeva Bush ha deciso di correre ai ripari. Nonostante alle Cayman siano registrate ben 91.712 società (dati ufficiali dello scorso marzo), di cui 235 banche e 758 compagnie assicurative, oltre a centinaia di fondi hedge, con attivi totali per 1.600 miliardi di dollari (rispetto agli 1,7 trilioni del settembre 2011), il famigerato paradiso fiscale contro cui combattono gli esecutivi di mezzo mondo non sta troppo bene finanziariamente. Siccome non si pagano imposte dirette sul reddito, l’idea di Bush era di introdurre un’aliquota del 10% sui redditi dei 23mila lavoratori espatriati – il 41% della popolazione – superiori a 36mila dollari l’anno.

Tuttavia, le proteste dei residenti sono state talmente veementi che la “tassa per lo sviluppo della comunità”, come era stato ribattezzato il tributo, non sarà introdotta in tempi brevi. Anthony Travers, presidente della Borsa valori delle isole, ha descritto la proposta come «la più grande minaccia in oltre 200 anni». Il premier ha spiegato, pur senza fornire cifre, che le Cayman devono iniziare una politica di diversificazione delle proprie fonti di reddito, oltre alle imposte di bollo e a quelle sui servizi, su cui si basano attualmente gli introiti dell’ex colonia inglese.

Sebbene, come detto, non vi sia una tassazione diretta sul reddito, c’è chi sostiene che tra bolli e tasse sui beni e servizi l’arcipelago ormai non sia più così conveniente. Per la cronaca, l’unico balzello da versare annualmente al governo è il permesso di lavoro, dal 5 al 15% dello stipendio, che sommato alle altre imposte indirette fa salire gli oneri contributivi al 20-30 per cento del salario. Per qualcuno è troppo. E dire che in Italia la pressione fiscale è al 53 per cento.  

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