Saro Capozzoli
Bussola cinese
20 Agosto Ago 2012 1744 20 agosto 2012

Calo degli investimenti, crisi anche in Cina? Ecco una interpretazione fuori dal coro

Sempre più spesso su quotidiani autorevoli come il Sole 24 Ore, Agichina 24, Repubblica etc., appaiono articoli riguardanti la Cina con un tono che ondeggia tra la critica e la sufficienza.

Purtroppo con la poca volontà, o meglio, con l’incapacità di leggere la realtà con occhi obiettivi, si ha il risultato di creare lo spauracchio “Cina”, e questo non aiuta i lettori e gli imprenditori a capire cosa sta veramente accadendo nel mondo, non solo in Cina. Gran parte dei nostri giornali e telegiornali sono troppo attenti alle cose interne trattando temi importanti internazionali con sufficienza e poca competenza.

La Cina sta, infatti, proseguendo il suo cammino verso un’economia più matura che va sempre cercando uno sviluppo indipendente e autonomo del proprio mercato interno attraverso anche l’espansione e la protezione dei propri interessi al di fuori dei suoi confini.

E proprio per questa ragione che gli articoli riguardanti la Cina riportano spesso avvenimenti riletti e interpretati sotto una chiave negativa e senza comprenderli realmente, anche perché spesso sono ignorate le analisi dei numeri e le statistiche, concentrandosi su casi specifici che fanno sensazione.

Il problema della protezione della proprietà intellettuale, ostacoli alla libera concorrenza, espansionismo verso zone d’importanza strategica (come può essere l’Africa per le materie prime), ecc. sono tutti aspetti che meritano di essere approfonditi e che giustamente sono fonte di preoccupazione per chi ha investito o pensa di investire in questo Paese.

Bisogna però fare un passo indietro e provare a considerare che cosa rappresenta la Cina nel Mondo e qual è stato il suo percorso negli ultimi venti anni.

La Cina non è ancora arrivata a uno stadio economico da definirsi maturo, lo riconoscono anche loro, ed è stata caratterizzata da uno straordinario processo di apertura mai visto in precedenza, che è tuttora in corso. Sembra anzi che sia stata a guardare i nostri modelli economici e cerca ora una propria via, dato il fallimento palese del nostro sistema.

Se si vogliono criticare gli ostacoli alla libera concorrenza posti dalla burocrazia cinese, che avvantaggia l’operatore locale a scapito di quello straniero, dovremmo ricordare come avvengono i bandi di gara pubblici nel nostro Paese: quante aziende europee riescono a partecipare e a vincere i bandi emessi dalla pubblica amministrazione in Italia? E quante piccole e medie imprese italiane vi riescono, senza avere l’appoggio di qualche importante politico, amico, e senza compromettersi con azioni illegali? Il nostro maggiore problema è, infatti, la corruzione e la falsa concorrenza, che osteggia il normale svolgimento del libero mercato di cui ci poniamo a paladini quando si tratta di criticare la Cina.

E’ anche questo un elemento che allontana gli investitori stranieri dal nostro paese, mentre nonostante tutto, gli investimenti stranieri in Cina continuano ad arrivare spinti dal mercato interno che sta letteralmente esplodendo da anni.

Le imprese Italiane non possono più far finta di nulla e ignorare questo mercato. La nostra presenza è ridicola, paragonata a quella di altri paesi, e sono anche grazie alla cattiva informazione e ai luoghi comuni che purtroppo si rende un cattivo servizio a chi invece dovrebbe avere più elementi obiettivi per giudicare. Quindi non solo spinti dalla ricerca del basso costo, cosa che non ho mai visto troppo bene, ma alla ricerca di nuovi mercati e di sbocco dei propri prodotti.

Negli ultimi sette mesi, gli investimenti stranieri in Cina FDI sono calati del -8,7% sulla scia della crisi che sta colpendo l’Europa, ma a differenza del calo generale, sempre nello stesso periodo si registra invece un incremento degli investimenti tedeschi del +27.12% nell’ultimo anno, per un valore di 960 ml di USD.

Anche i Giapponesi continuano a investire in Cina con un incremento del +19.1% registrato a luglio anno su anno e per un valore di 4.73 miliardi di USD, nonostante le tensioni con il vicino ingombrante.
Guardando alla borsa di Shanghai, anche gli investimenti stranieri nei titoli cinesi sono raddoppiati nella prima metà del 2012 rispetto l’ultima del 2011, portando nel paese 1.49 miliardi di USD raggiungendo ad una quota di circa 41 miliardi di USD gli investimenti totali in titoli cinesi da parte degli QFII, gli Investitori Qualificati d’oltre oceano.

In tutta questa situazione io intravedo qualcosa di positivo anche per noi.

Il governo cinese, per favorire ulteriormente gli investimenti stranieri, specie nelle aree meno sviluppate del paese, sta per decidere di introdurre altre facilitazioni fiscali e la liberalizzazione dei settori che sono ancora sottoposti a restrizioni. Non vedo quindi una tendenza a chiudersi, ma anzi una propensione a selezionare quanto il paese ha bisogno. La Cina ha iniziato ad aprirsi trenta anni fa, ma dobbiamo ricordare che ci sono aziende straniere che hanno iniziato a disporsi nel paese già alla fine del XIX secolo. E’ colpa dei cinesi se noi ce ne accorgiamo solo ora e troviamo molti spazi chiusi da chi è qui da decenni?

E’ poi più che normale che la Cina cerchi di fare i propri interessi e cerchi di posizionarsi nel mondo secondo logiche economiche e strategiche proprie, come hanno fatto nell’ultimo secolo tutte le grandi potenze mondiali attuali. Vedi gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Italia stessa, e tutti quei paesi che dalla rivoluzione industriale in poi hanno colonizzato e sfruttando le risorse dei paesi del terzo mondo senza tanti scrupoli.

Quello che possiamo da qualche tempo registrare è che anche la Cina si espande in Africa e nel mondo portando infrastrutture, molto discretamente. Gli investimenti cinesi hanno raggiunto i 42.2 miliardi di USD nell’ultimo anno, con un incremento del +52.8% rispetto il precedente, puntando anche su aziende di servizi e non solo quindi su materie prime o energia. Gli investimenti cinesi sono aumentati del +67.7% in America Latina, del +63.1% in Asia e del +56.5% in America del Nord.
In un momento come questo, l’Italia dovrebbe fare del tutto per attrarre i loro investimenti, e non solo per costruire stadi per il calcio, ma per portare denaro fresco e lavoro in tanti settori che al momento sono agonizzanti.

Gli strateghi cinesi hanno una capacità di seguire piani a lungo termine che arrivano a coprire i prossimi cinquanta anni. E’ questa l’immensa differenza che ci fa perdere posizioni nei loro confronti, l’Italia purtroppo è in grado solo di pianificare al massimo fino alle prossime elezioni, manca una visione a medio e lungo termine sul nostro futuro, e quindi gli investimenti si fanno secondo la moda. Ieri in Romania, poi in Cina ora la Serbia e forse la Tunisia, senza considerare dove sono le vere opportunità di mercato, cercando sempre e solo il più basso costo, e non lo sviluppo.

In conclusione, prima di muovere critiche alla Cina e al suo sistema politico ed economico che è accusata di “tagliare fuori” le imprese straniere, dovremmo fermarci a pensare a quello che dovremmo cambiare e fare noi per espanderci in questo e in altri mercati.

Gli spazi dovremmo guadagnarceli investendo e disegnando un “programma di sviluppo paese 2013-2043” che al momento resta solo un sogno, non è neanche sulla carta.

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