Vito Kappa
Kahlunnia
23 Agosto Ago 2012 0827 23 agosto 2012

Italia, un Paese di Buffon

Maradona, Van Basten, Messi e Zidane sarebbero entrati nella storia del calcio se avessero speso tutta la loro carriera nella Salernitana? Può darsi, ma non credo. Sia chiaro: non ho niente contro la Salernitana. Anzi. Il fatto è che per scrivere la storia - del calcio come di un Paese - non basta il talento del singolo: serve il gioco di squadra e un buon allenatore.

Noi italiani, che di calcio ne sappiamo qualcosa, a volte sembriamo dimenticare questo insegnamento fondamentale: il talento, al buio, brilla poco. Per vincere una partita, un campionato, un mondiale, serve che la difesa sia ben posizionata e che il centrocampo costruisca l'azione offensiva. A quel punto l'attaccante può segnare. Il portiere, per quanto possa eccellere, può fare solo una cosa: impedire all'avversario di segnare. Il portiere, però, a differenza degli altri è l'unico che può splendere al buio. Anche nella squadra dell'oratorio.
Ecco: l'Italia, in questo momento, è governata da un portiere che avrebbe tutte le carte in regola per fare l'attaccante. Mario Monti come Gigi Buffon: nel momento più difficile, para l'offensiva della finanza internazionale e ci mette una pezza. Con le pezze, però, non si vincono le partite. Per vincere la finale degli europei o dei mondiali serve altro. Nessun buon allenatore inviterebbe la sua squadra a giocarsi una finale facendo melina per 120 minuti. Nessun buon allenatore inviterebbe i suoi giocatori a scendere in campo con l'obiettivo di restare fermi sullo 0 a 0. Anche i teorici del catenaccio - guarda caso italiani - non si sognerebbero mai di giocare una partita senza offensiva. Per vincere dunque bisogna fare goal. Ma cos'è un goal e come leggere la politica in chiave calcistica?


L'allenatore, in genere, è il Parlamento. In una dialettica tra ego ed alterego (maggioranza e minoranza) decide la tattica, ci mette la faccia e responsabilizza giocatori e tifosi sull'importanza di ognuno. Dà istruzioni precise ad ogni giocatore trasmettendogli la visione di insieme. A fine partita fa il punto della situazione e prepara la squadra per la sfida successiva. È lui che: a inizio legislatura definisce gli obiettivi; in corso d'opera fa il punto della situazione; e convince la tifoseria che sta facendo il bene della squadra. Non allena una squadra qualunque: allena la nazionale. E non importa il club d'origine: ció che conta è che l'Italia esprima il potenziale.


Il portiere e i difensori sono i tecnici. La loro posizione dipende da come gioca l'avversario. Se i difensori conoscono bene l'avversario e hanno il talento per impedirne l'offensiva, il portiere non deve fare altro che tenere d'occhio la situazione. Se la difesa fa acqua da tutte le parti, perché l'allenatore non ha preparato bene la partita (o il campionato), o perché i difensori sono degli incompetenti, sarà il portiere a dover salvare l'insalvabile con qualche parata incredibile. Se la difesa non ha le qualità per difendere, l'avversario fará una caterva di goal. Perché, allora, credo che Monti sia un Buffon? Perché fa di tutto per salvare il salvabile, ma l'allenatore (il Parlamento) non gli permette di giocare in attacco.


Poi c'é il centrocampo. Ad interpretare questo ruolo é la società tutta. Dalle associazioni di quartiere alle lobby. Il centrocampista è colui che deve difendere quando necessario, costruire il gioco e fare gli assist. Talvolta fa anche goal.

Come dicevo prima è l'allenatore che decide la strategia. A volte, però, può capitare che l'allenatore si sbagli. E chi, meglio del centrocampista, può farlo notare all'allenatore? Le associazioni e le lobby, spesso, dispongono di un fiuto, un'esperienza e una competenza tecnica che può solo avere solo chi "sta sul pezzo". Una visione d'insieme che ha solo chi sta tra l'incudine e il martello, tra la concorrenza e la politica. Il buon allenatore ascolta attentamente i suggerimenti (salvo poi decidere lui); l'allenatore mediocre fa di testa sua; l'allenatore scarso manda a quel paese il giocatore. Il problema é che in Italia, per parlare con l'allenatore, è un privilegio non regolamentato. E quel che succede, quando non si regolamenta il dialogo tra associazioni, cittadini, lobby e politica, è che la politica crea clientele...Questo, peró, è un discorso che tratterò una volta finito di leggere il libro di Gianluca Sgueo sulle lobby.


Gli attaccanti, infine, sono i visionari: quelli che riescono a vedere l'incrocio dei pali, o il pallonetto, al momento giusto. Sono trascinatori. Sono quelli da cui ci si aspetta il goal. Insomma gli attaccanti sono i leader.

In politica non è necessaria sempre necessaria una leadership personale, a volte basta che ci sia una leadership culturale. Quello che però impedisce a una nazione di fare goal è la confusione tra leadership e comando. La prima implica consenso. La seconda accondiscendenza. La leadership costruisce il nuovo. Il comando, spesso, consolida il vecchio. Gli attaccanti, il cambiamento, non lo possono imporre, lo devono costruire insieme al resto della squadra. Anche Maradona, che è stato il più grande giocatore di tutti i tempi (cocaina a parte), di goal da metà campo ne ha fatti pochissimi (dribblando tutti, solo uno). Per segnare, per creare valore aggiunto, per crescere serve questo: gioco di squadra e visione.


Infine c'è il capitano. Non è importante in che ruolo giochi, quel che conta è che sappia motivare la sua squadra, dare l'esempio e che abbia rispetto per l'allenatore.
Ho finito. Solo due cosette. 1) Mi scuso per la metafora calcistica che, forse, ho un po' forzato. 2) Nel calcio di cui parlo io le donne giocano in tutti i ruoli. 2 bis) Se ho parlato di un "Paese di Buffon" è perché credo che in noi italiani ci sia qualcosa di eroico, ma ora abbiamo bisogno di fare goal, giocare di squadra e crescere. Il pareggio non basta più.

Il colpo di genio ti fa mettere un autografo su una pagina della storia, ma a scrivere quella stessa pagina è la squadra nel suo insieme...

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