Città invisibili
29 Agosto Ago 2012 1257 29 agosto 2012

Fabriano, come un centro industriale potrebbe diventare Polo Culturale

Nella lista dei siti archeologici in evidente sofferenza entra Attidium, nei pressi di Fabriano. Una lista quasi interminabile per chi, oltre a leggere gli occasionali resoconti di piccoli-grandi disastri nelle cronache dei quotidiani nazionali e di quelli locali, abbia una certa dimestichezza con i Beni archeologici del Paese. Realtà dimenticate, colpevolmente abbandonate all’incuria, che potrebbero costituire non solo legittimo vanto, testimonianza di un passato illustre. Ma anche occasione di crescita, non solo culturale.
Così nelle Marche accanto ad Urbisaglia, Sentinum, Suasa, Septempeda, Falerio, Cupra Maritima e Forum Sempronii, centri romani che anche per la ricchezza delle testimonianze antiche sono assunti al rango di parchi regionali, esistono molti altri siti e singoli monumenti. I quali continuano a sopravvivere, senza alcuna attenzione. Ad impegnare aree, ad occupare spazi, quasi impropriamente. Come se si trattasse di architetture abusive. E non, come spesso accade, di straordinarie realizzazioni delle civiltà del passato. Ponti come quelli della Flaminia, acquedotti come quello di Numana, e, ancora anfiteatri, edifici termali, ville, cisterne urbane e sub urbane e resti di abitati. Visibili al di sotto del piano stradale attuale, nelle cantine di qualche edificio, nei centri a continuità di vita oppure, nel caso di spostamento rispetto al sito originario, in posizione paraurbana o, addirittura, nelle campagne. Nella maggior parte, esempi negativi. Paradigmi della mancanza “italica” di tutela e valorizzazione. Da Cupra Montana a Matelica. Da Numana a Pioraco. Da Ancona a Camerino. In questo cahier de doleance trova spazio, a pochi chilometri da Fabriano, in provincia di Ancona, Attidium. I resti del municipium romano che si trovano in coincidenza dell’attuale frazione di Attiggio.
Al visitatore curioso e dotato di molta pazienza che avrà raggiunto con un po’ di fortuna, seguendo le scarse indicazioni stradali e le sommarie localizzazioni di alcune guide archeologiche regionali, l’agglomerato moderno di case, si presenta uno spettacolo desolante. Ai margini della pineta ai margini della sterrata che conduce alla frazione, s’intravvede il recinto che delimita l’area dell’unico scavo, visibile. Un piccolo impianto termale, portato alla luce dalla Soprintendenza archeologica delle Marche tra il 1989 e il 1993. Ritenuto pertinente ad una domus o ad una villa. Datato al II secolo almeno per quel che riguarda la fase d’impianto.
Un vero peccato che non sia possibile accedere all’interno, passeggiare al di sotto della bassa copertura approntata, provvisoriamente dalla Soprintendenza nelle fasi successive allo scavo. Impossibile penetrare all’interno dei sei ambienti scavati, vedere più da vicino le basse strutture in opera laterizia e vittata, i pavimenti a mosaico sia a decorazioni geometriche che con rappresentazioni figurate, i rivestimenti marmorei delle pareti, le suspensurae del calidarium, gli affreschi del corridoio al di sotto del quale è un canale per il deflusso delle acque. Ci si deve accontentare dell’osservazione dall’esterno.
Ricorrendo alla bibliografia più recente sul sito si viene a conoscenza delle scoperte, nei pressi, degli anni Venti, Trenta e Sessanta del Novecento. Resti di strutture di incerta interpretazione, di strade basolate, di tombe, che in alcuni casi è possibile ancora riconoscere, in sezione, nella scarpata di terreno che costeggia la sterrata che raggiunger la frazione.
Contando sulla disponibilità di chi, sul posto, si occupa di assicurare la conservazione almeno dell’esistente, è possibile osservare i materiali di vario tipo che occasionalmente si trovano dopo i lavori agricoli dei lotti coltivati, conservati nei locali di servizio della Pieve di S. Giovanni Battista. Ad impressionare più dei materiali ceramici e da costruzione, sono gli elementi architettonici. Soprattutto basi di colonne e capitelli, in calcare locale, di dimensioni differenti.
Diverse iscrizioni latine si trovano, oltre che sparse nel circondario, a Fabriano. Soprattutto nell’atrio del Palazzo Comunale, ma anche nel Lapidario di Palazzo Raccamadoro-Ramelli, a Palazzo Fornari, nel Chiostro di S. Maria del Buon Gesù e presso abitazioni private.
Un patrimonio considerevole, di opere mobili e di immobili, lasciato “morire”. Forse varrebbe la pena fare qualcosa. Provare a trasformare Fabriano. Da morente centro industriale a nascente tappa culturale di un percorso regionale di non difficile realizzazione. Per il quale servono, naturalmente risorse economiche, ma ancora prima buone idee. Proposte semplici.
E’ più che evidente che l’avvio di qualsiasi politica di valorizzazione del sito debba prevedere una sua apertura al pubblico. Operazione questa che non può prescindere da una musealizzazione adeguata delle strutture. Una fruibilità e leggibilità che le esalti piuttosto che deprimerle. Come accade ora.
Contestualmente a questo, nell’ottica ambiziosa di un futuro parco archeologico, può intraprendersi l’avvio di nuove indagini, magari ricorrendo a convenzioni con Università. Interessando cattedre che abbiano interesse a far fare esperienze di scavo ai propri studenti. La scelta dell’area che dall’altezza della Pieve raggiunge gli ambienti termali sembra offrire buone prospettive. Oltre che essere, anche logisticamente, la meno problematica. Ma sarebbe conveniente saggiare anche l’area a monte, sul lato opposto della sterrata, dove affiorano resti di vario tipo.
Fondamentale, in ogni caso, appare la realizzazione di una carta archeologica con posizionamenti, quando possibile, di dettaglio. Utilizzando una appropriata base cartografica. Al fine di ricostruire, anche servendosi dei limiti naturali idrografici, la forma urbana del municipium. Non meno significativo sarebbe procedere ad una carta archeologica del territorio circostante, intesa secondo i metodi tradizionali, risultato di ricognizioni estensive.
Solo in questo modo, definita l’estensione dell’abitato, sua ripartizione interna e popolamento dell’hinterland, quindi acquisiti gli strumenti di conoscenza necessari, può decidersi la tipologia degli interventi e loro scansione temporale. Considerando costi e benefici. Anche nel tempo.
Immaginare la realizzazione di un piccolo antiquarium, nel quale raccogliere le tante iscrizioni, ora disperse tra Fabriano e i suoi dintorni e i materiali architettonici alla Pieve, oltre che i corredi protostorici scavati alla fine degli anni Cinquanta, ora ad Ancona, consentirebbe di arricchire l’offerta culturale. Tanto più se si decidesse di utilizzare come sede museale uno dei tanti immobili dismessi. Naturalmente opportunamente dotato dei differenti requisiti necessari per esporre importanti pezzi.
Proprio alla realizzazione di questo binomio (area archeologica ad Attiggio e antiquarium a Fabriano), da affiancare ai già esistenti Pinacoteca e Museo della Carta, potrebbe decidere di impegnarsi la politica locale. Costituire un significativa piattaforma sulla quale aggiungere, successivamente, nuove operazioni di uguale indirizzo. Provare a riconvertire la vocazione della città. Trasformarla in un Polo Culturale da inserire in una serie di percorsi di respiro differente. Dall’ambito provinciale fino al regionale.
Forse, con la meraviglia di molti, ma non di tutti, ci si potrebbe accorgere che anche vecchi scavi archeologici ed un piccolo (ma funzionante) Antiquarium, potrebbero riavviare l’esangue economia attuale.

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