Tamburi Lontani
4 Settembre Set 2012 1009 04 settembre 2012

Quotidiana brutalità nella Striscia di Gaza

Tra i tanti diritti negati in quel martoriato lembo di terra rispondente al nome di Striscia di Gaza, vi sono senza tema di smentita i diritti umani. Una triste vicenda ampiamente ignorata dall'intero circuito mainstream, il cui vergognoso silenzio viene rotto dalle puntuali, quanto pericolose per la loro stessa vita, corrispondenze degli attivisti internazionali come Rosa Schiano.
Proprio grazie a quanto reso noto dall'attivista napoletana e documentato da organizzazioni internazionali è possibile apprendere le quotidiane vessazioni, brutalità gratuite a cui vengono sottoposti contadini e pescatori nella Striscia di Gaza. Uno spaccato di vita sotto assedio militare. Facile intuire i motivi per cui i difensori dei diritti umani a senso unico tacciono. In questo caso, non si tratta dell'autoritaria Russia di Putin che incarcera tre sedicenti artiste punk, ma di uno stato liberale e democratico, Israele, che si difende da soggetti notoriamente pericolosi come pescatori e contadini.

Arbitrarie vessazioni sui pescatori. In base agli accordi siglati a Oslo nel 93' tra l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e lo Stato israeliano, i pescatori di Gaza avrebbero il diritto di pescare sino alla distanza di venti miglia nautiche dalla costa. Tale diritto è arbitrariamente negato dallo stato ebraico che gradualmente ha ridotto lo spazio a disposizione per creare una cosiddetta «zona di sicurezza». Nel 2000, con l'inizio della seconda Intifada, vi furono le prime limitazioni per i pescatori. Misure che divennero più stringenti nel 2008 allorquando Israele scatenò la nefasta operazione «Piombo Fuso». Da quel momento in poi ai pescatori di Gaza fu imposto un nuovo limite fissato alle tre miglia nautiche. Limite assurdo e chiaramente imposto al fine di provocare una sostanziale fine delle attività per i pescatori visto che i banchi migliori, quelli più ricchi, è possibile trovarli esclusivamente tra le 5 e le 8 miglia nautiche. Inoltre, l'attività intensiva di pesca, praticata in maniera forzata sotto costa ha provocato l'inesorabile esaurimento delle zone di riproduzione dei pesci. A siffatta situazione vanno sommate le quotidiane vessazioni e brutalità a cui vengono in maniera arbitraria sottoposti i pescatori di Gaza. Secondo un recente rapporto stilato dall'organizzazione umanitaria Euro-mid Observer for Human Rights (link al rapporto completo) la marina israeliana calpesta scientemente i diritti umani dei pescatori oltre a sabotare il loro lavoro.
Tra il gennaio del 2011 e aprile 2012 l'organizzazione ha portato alla luce oltre 150 episodi in cui gli israeliani hanno effettuato arresti ai danni dei pescatori, sequestrato imbarcazioni, distrutto reti da pesca. Inoltre – si legge nel rapporto – molti dei lavoratori fermati subiscono un trattamento letteralmente definito degradante e inumano (Palestinian fishermen are frequently subjected to degrading and inhumane treatment). Speciali trattamenti che prevedono pratiche estremamente «democratiche» quali l'immersione forzata in acqua del pescatore denudato – meglio se in condizioni climatiche inclementi – e la sua successiva tortura.
Storie drammatiche che trovano conferma nelle testimonianze che arrivano da Irin News, agenzia di stampa legata alle Nazioni Unite. Viene ad esempio raccontata la storia di Sami al-Qouqa, un ex pescatore di soli 30 anni, che ha perso la propria mano sinistra nel marzo 2007, quando la sua imbarcazione da pesca è stata presa di mira dal fuoco della marina israeliana in un incidente documentato dal Palestinian Centre for Human Rights (Pchr). Non potendo più svolgere il suo lavoro, lui e la sua famiglia sono piombati nella totale indigenza e per sopravvivere dipendono dagli aiuti umanitari. Scene che si ripetono tristemente, ma talvolta sono bloccate dal coraggioso intervento degli attivisti internazionali. Questo il racconto di Rosa Schiano: «Accompagnare i pescatori di Gaza permette di vivere sulla propria pelle la violenza dell'assedio. Nei limiti del piccolo spazio di mare entro cui ai pescatori è consentito pescare il pesce ormai scarseggia, proseguire verso nord o frontalmente oltre le 3 miglia è impossibile perché ci si imbatte nella Marina militare israeliana. Se si volesse proseguire verso sud oltre Gaza, ci si imbatte nella Marina egiziana. Dentro questa prigione, l'economia di Gaza è letteralmente soffocata ed i pescatori riescono a stento nutrire le proprie famiglie. Ecco come è andata questa notte.
Inizialmente, usciti dal porto di Gaza city, ci siamo diretti frontalmente raggiungendo le 3 miglia e successivamente le 3 miglia e mezzo dalla costa. Abbiamo avvistato una nave della Marina militare israeliana avvicinarsi al nostro peschereccio, e, prontamente, io e Manu, attivista spagnolo, abbi esposto la bandiera italiana che avevo portato con me. La Marina militare israeliana allora è diventata esitante. Per circa 30 minuti con le nostre braccia abbiamo tenuto distesa la bandiera, di fronte alla Marina militare israeliana. Per circa 20 minuti la nave della Marina militare israeliana retrocedeva di qualche metro, si girava, si riavvicinava, si fermava di nuovo nello stesso punto osservandoci. Abbiamo pensato che i soldati stessero aspettando decisioni dai superiori per come agire. Intanto, i pescatori ci guardavano e sorridevano. Potevano in quel momento pescare a 3 miglia e mezzo dalla costa senza dover essere attaccati. Dal canto mio, pensavo che davvero la bandiera italiana, rappresentando una presenza internazionale sulla barca, ci stava proteggendo, come uno scudo. Ne ero felice. Se noi internazionali non fossimo stati sulla barca di questi pescatori, questi non avrebbero potuto raggiungere una tale distanza dalla costa, perché la marina israeliana li avrebbe prontamente attaccati alle 3 miglia e probabilmente anche prima».
Naturalmente le inumane condizioni di vita dei pescatori di Gaza sono ignorate dalla maggioranza degli italiani.

Contadini che rischiano la vita. Se i pescatori piangono, i contadini della Striscia di Gaza di certo non ridono. Anzi. A queste latitudini coltivare la terra può costare la vita. Secondo un rapporto dell'Onu oltre il 35% delle terre coltivabili di Gaza si trovano in una zona definita ad «alto rischio». Dunque per i contadini è difficile, per non dire impossibile, raccogliere i frutti dei propri terreni che rappresentano anche l'unica fonte di sostentamento per intere famiglie. In queste zone martoriate può capitare di vedere raccolti distrutti dai bulldozer delle forze di occupazione, che compiono il loro infame compito scortati dai carri armati con la stella di Davide. Si può assistere a case demolite con intere famiglie ancora all'interno, pozzi bombardati, contadini ammazzati – come Shaban Kharmoot - che cadono riversi in pozze di sangue con la sola colpa di non aver abbandonato le proprie terre natie. Ancora una volta, per comprendere la drammaticità della situazione, meglio lasciar spazio al racconto degli attivisti: «Nella mattina di ieri, 29 agosto 2012, una contadina è stata colpita da un proiettile dell'esercito israeliano e ferita da un'esplosione mentre lavorava in una terra in Abu El Ajeen – racconta attraverso il Blog di Oliva Rosa Schiano - Siamo andati a visitare la sua famiglia, che però ci ha comunicato che Safia si trovava ancora ricoverata in ospedale. Ci siamo spostati così all' Aqsa Martyrs hospital in Deir El Balah. Safia era distesa sul letto, accanto a lei i suoi familiari.
La terra in cui lavora non è di sua proprietà, ma i suoi familiari l'hanno presa in affitto e vi lavorano come semplici lavoratori. Safia stava lavorando con sua sorella di 43 anni, ed altri 7 lavoratori.
Ci ha detto che i soldati avevano iniziato a sparare presto lungo il confine verso le terre dei contadini, dalle 7.30 del mattino, così, lei e gli altri lavoratori avevano deciso di interrompere il lavoro e tornare a casa. Al confine erano schierate 4 jeep e 3 carro armati.
Poco prima che i contadini lasciassero la terra, però, i soldati hanno nuovamente sparato ed un proiettile ha colpito Safia, ferendola al braccio sinistro. "Prima di andare via, ho sentito qualcosa entrare nel mio corpo - ci ha detto Safia - temevo che anche i miei parenti fossero rimasti feriti".
Il proiettile è entrato ed uscito, fortunatamente senza provocare lesioni gravi. Safia però, è rimasta ferita anche in altre parti del corpo da pezzi di esplosivo. Safia ha detto infatti di aver sentito una forte esplosione, provocata probabilmente da un colpo di carro armato».
Interrogate dall'International Committee of Red Cross sui motivi che hanno portato all'attacco verso i contadini, le autorità israeliane hanno risposto che siccome le contadine lavoravano con il volto coperto «poteva trattarsi di terroristi». Safia – spiega l'attivista - fa parte di una comunità beduina. Le donne usano utilizzare un hijab bianco, e durante il lavoro nei campi, usano coprire completamente il volto.
Ogni ulteriore commento a questa quotidiana barbarie risulterebbe superfluo, finanche inadeguato. Come inadeguata è l'informazione mainstream italiana che s'indigna ad arte, a comando, e sempre nella stessa direzione.

(le foto sono tratte da il blog di Oliva)

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