Arbe Garbe “Books Across Balkans”
12 Settembre Set 2012 0805 12 settembre 2012

15/06/2012 BELGRADO - KROKODIL FESTIVAL

BELGRADO
“Quanto fascismo esiste ancora in Italia?”
La domanda ci lascia spiazzati. Abbiamo lasciato Šabac stamattina, con la sua placida vita lungo la Sava e all’una precisa siamo arrivati a Belgrado, ospiti della tavola rotonda del Krokodil, circondati da scrittori e intellettuali che stanno discutendo assieme del futuro della Serbia nella plausibile integrazione all’Unione Europa. Siamo reduci da una settimana di tour, bolliti da ore di furgone e caldo, abbigliati alla meno peggio con infradito Hawayanas e calzettoni Navigare sotto braghette corte

L’abbigliamento da tour poco si addice ad una tavola rotonda, ma non siamo riusciti a cambiarci e così conciati cerchiamo di argomentare una risposta che soddisfi gli altri partecipanti alla discussione. Vladimir Arsenijević è il moderatore dell’incontro, riporta la testimonianza di un suo conoscente che, arrivato poco tempo fa a Trieste, si è trovato nel mezzo di una manifestazione di gruppi di estrema destra. Appena sceso dal treno si è trovato circondato da energumeni che sbandieravano croci celtiche facendo il saluto romano, e non è proprio il benvenuto che in genere ci si aspetta di avere quando si arriva in una città sconosciuta. Vladimir è rimasto stupito dal racconto ed è molto curioso di quanta adesione ci sia nei confronti di questi movimenti in Italia.
E’ una preoccupazione che anche altri invitati condividono e che in generale riguarda le prospettive dell’entrata della Serbia in Europa.
La paura più grande che emerge dall’incontro è quella nei confronti dei movimenti indipendentisti e dei nazionalismi più o meno localizzati che si stanno rinfocolando in Occidente.
I recenti fantasmi sembrano correre ancora lungo le strade di Belgrado annodandosi come serpenti che coprono d’ombra la visione del futuro del paese e dell’Europa intera.
Gli intellettuali presenti sono tutti molto attivi sia nella vita politica che nel lavoro sociale, e rivendicano per sé stessi un ruolo preciso a difesa dei diritti degli ultimi e, parola che per noi risuona nel mezzo del dibattito come risucchiata dai tempi antichi, dei proletari.

Io e Flavio rispondiamo che per ora le manifestazioni degli estremisti non sembrano essere la grana maggiore che ci troviamo in casa, e approfittiamo per ascoltare la visione che i convocati hanno dell’Europa, che vista da qui sembra essere molto più lontana che sulla cartina geografica. Usciamo dall’incontro rimanendo invischiati nel sottile pessimismo dei suoi partecipanti e riprendiamo contatto con la realtà dopo tre ore abbondanti di traduzioni dal serbo all’inglese.

Ci facciamo accompagnare in albergo per il concerto di stasera. La chiusura del Krokodil. Nostro malgrado dobbiamo cambiarci le infradito Hawayanas e i cazetti navigare.

CHIUSURA DEL KROKODIL
Il palco è costruito sopra l’enorme fontana davanti al Museo di Storia Jugoslava, attorniato da un parco alberato proprio nel centro di Belgrado. Anche stasera ci saranno letture di scrittori e poeti dell’ex Jugoslavia, alcuni di loro presenti anche alla tavola rotonda del primo pomeriggio. Tra un intervento musicale e l’altro ciondoliamo nei dintorni del palco, tra le centinaia di persone intervenute alla manifestazione.

Incontriamo vecchi e nuovi amici, tra questi un ragazzo di Belgrado che vive da anni in California. Ci saluta in inglese, poi passa allo spagnolo, che diventa per un po’ la nostra lingua franca a Belgrado. Offre da bere da una bottiglia di Coca Cola piena di rakija fatta in casa. Italiani e serbi a Belgrado, che parlano in spagnolo bevendo rakija da una bottiglia di Coca Cola. Sembra lo spot di una pubblicità progresso sui disagi della globalizzazione.
Intervistiamo il giovane giramondo per il nostro video, con domande molto simili a quelle già fatte a molti nostri interlocutori. La discussione si sposta inevitabilmente sul senso di identità del nostro, su cosa si senta di essere lui, belgradese esule negli States e innamorato degli ispano americani che sono diventati la sua nuova comunità.
Come sospettavamo, il nostro si considera serbo, ma la cosa non gl’importa più di tanto perché la vita lo ha portato a doversi costruire pezzi di sé altrettanto reali. Non crede che tornerà facilmente a vivere in Serbia, e parla di quanto accaduto negli ultimi vent’anni come una di una tragedia irreparabile che ha messo fine ad un progetto comune.
“Soffri di Jugonostalgia?”. Un triste sorriso anticipa la risposta affermativa.
Il modo in cui i serbi si vedono cambia tantissimo in rapporto alle zone. A Belgrado i capisaldi dell’identità che scaldano gli animi della Serbia rurale come il kolo, il patriottismo, i festival di trombe e ottoni, sono presi con molte più riserve, anzi, spesso visti in modo molto critico, come fossero fenomeni primitivi e pericolosi.
Delle differenze tra campagna e città nella crisi dei Balcani si è scritto molto.
Per Paolo Rumiz la coesistenza di questi due mondi diversi è uno tra i temi di fondo della guerra dei Balcani.
Come esperimento basta chiedere un’opinione su uno dei miti nazionali, Emir Kusturica. Molti, come l’amico Đorđe, lo considerano un Padre della Patria, ma l’immagine del regista comincia a vacillare quando si chiede un’ opinione ai Belgradesi. Alcuni lo criticano perché troppo compromesso con i governi in odore di malaffare e nazionalismo, che con uno stato al collasso non esitavano a coprire le spese dell’elicottero per le star di Hollywood in visita a Mećavnik, il villaggio costruito dal nostro sulle montagne della Mokra Gora.
Dal canto nostro facciamo come i bravi antropologi e sospendiamo il giudizio per prendere l’unica posizione che ci spetta, quella sul palco, per suonare a chiusura delle letture. Sopra la fontana, circondati dall’anfiteatro del museo.

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