Mambo
12 Settembre Set 2012 0812 12 settembre 2012

Cari politici, non si governa il Paese guardando al centro, ma facendo il pieno nella propria area

Sarà il clima elettorale, sarà che questo è forse ormai un paese perduto ma si moltiplicano i segnali di sfascio. Pensate solo all’area che avrebbe dovuto cambiare il mondo. Oggi sul Fatto Flores D’Arcais attacca Grillo che attacca i suoi ex pupilli e sullo stesso giornale i reportage sull’Antimafia danno credibilità alla tesi che Scalfaro sia stato il regista della trattativa stato-mafia mentre finchè l’ex presidente era ancora in vita è stato considerato un’icona di questo mondo che diciamo sommariamente giustizialista. Poi c’è L’Anm che attacca Ingroia e Caselli che attacca l’Anm. Intanto, per confermare la ti della litigiosità socialista e per portarsi avanti con il lavoro, Martelli accusa Amato così da preparare il terreno alla sua incandidabilità alla presidenza della Repubblica.

Sul versante più moderato del fronte nuovista abbiamo la separazione fra Casini e Montezemolo e quella di Rutelli dallo stesso Casini. Non c’è area politica che riveli una sua tenuta, non dico compattezza. Sulle primarie del Pd, infatti, grava l’ipotesi che possano diventare il giudizio di Dio con i dubbi su quel che faranno i perdenti in caso di vittoria di chi li considera estranei o, all’opposto, li vuole rottamare. La forza di attrazione della soluzione tecnica, Monti o Draghi oppure Monti e Draghi, nasce tutta da qui. Non vi è chi non veda la contraddizione molto italiana di soluzioni extrapolitiche favorite dalle divisioni della politica. Ciascuno può trovare dove vuole la causa di questo sfarinamento della politica.

Probabilmente, se si guarda ai paesi affini al nostro, si scopre che l’anomalia italiana sta nel fatto che nessuno accetta di essere quel che dovrebbe essere. Non c’è conservatore che non voglia presentarsi come progressista, non c’è progressista che non strizzi l’occhio a idee di destra. La malattia italiana si chiama trasversalismo che è la versione nobile del vecchio trasformismo. Là dove c’è una netta divisione fra moderati e sinistra o fra conservatori e socialisti, il problema riguarda una minoranza elettorale. Qui invece investe l’intero campo della politica.

Probabilmente la colpa principale nasce dal rifiuto che l’ex Pci pronunciò all’indomani della Bolognina di definirsi socialista. I leader dell’ex Pci dicono che furono obbligati a scegliere un’altra confusa via dal peso della questione Craxi, probabilmente c’era, invece, la repulsione ad ammettere che i socialisti, storicamente, avevano avuto ragione e difficoltà a separare il grano dal loglio dell’ex Pci. È questione antica? Non credo se leggo che un lettore, ma non è il solo, polemizza con me in nome di vecchi luoghi comuni anticomunisti. Perché una cosa è chiara: qualunque svolta politica dicano di voler interpretare i nuovi protagonisti della politica si torna sempre a un’antica divisione italiana, quella fra chi è di sinistra e chi no.

Il guaio è che i leader dei due campi non vogliono accettare questa realtà e si sono fatti infinocchiare da quei politologi che sostengono che si vince guardando al centro mentre si vince facendo il pieno della propria area, come ha dimostrato tante volte Silvio Berlusconi. L’area di sinistra invece non ha fatto tesoro di questo e continua a dividersi. Bersani ha ragione quando dice che il leader dello schieramento che vince le elezioni deve governare il paese, ma la domanda è sempre la stessa: lo schieramento che vince è in grado di governare avendo la stessa visione dei problemi del paese? A giudicare da quel che si vede nello scontro fra Renzi e il segretario del Pd e fra il segretario del Pd e quell’impresentabile coacervo di forze referendarie in cui primeggia Vendola, la risposta è no. Ecco perché poi arrivano i tecnici. 

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