Eta (senza Beta)
13 Settembre Set 2012 1003 13 settembre 2012

ELOGIO DEI LIBRI DIFFICILI

Sulla «Repubblica» di ieri (12 settembre 2012) è uscito un articolo di Valerio Magrelli che merita di essere letto. Non sempre mi accade consentire con quanto detto da Magrelli in sede critica, ma stavolta l’adesione è stata pressoché totale. Magrelli parte da alcuni giudizî dissacratorî pronunciati da grandi scrittori (o supposti tali) sull’Ulysses di Joyce. Tra essi vale la pena essere riportato (nella categoria dei supposti grandi scrittori) quello di Paulo Coelho: «Oggi gli autori scrivono per impressionare i loro colleghi. Uno dei libri che ha causato questo male all’umanità è stato l’Ulisse, che è soltanto stile. Non c’è nulla, lì dentro». La lingua batte dove il dente duole, naturalmente; ma la sentenza è anche un ineguagliabile esempio di inintelligenza del testo così livorosamente stroncato. Che nell’Ulisse non ci sia alcunché può dire solo chi non ha fatto alcuno sforzo per capire cosa ci sia effettivamente dentro.
Dalle considerazioni sulla indubitabile e spesso frustrante difficoltà del testo joyciano Magrelli muove a discutere sulla indispensabilità di leggere alcuni grandi testi con l’ausilio del commento. Affermazione sacrosanta, perché, come egli giustamente asserisce, è impossibile accostarsi all’Ulysses, così come alla Recherche di Proust (quanto a me, aggiungerei, tra i testi memorabili del Novecento, L’uomo senza qualità di Musil), o alla Commedia dantesca, senza il sussidio di un commento adeguato. Cito i testi messi in giuoco da Magrelli perché è certo chiarissimo a lui, docente universitario di Letteratura francese, oltre che notissimo poeta, che l’impervietà di Proust è di natura ben diversa da quella degli altri autori citati, non essendo essa da attribuire, in linea di massima, a fatti linguistici o stilistici, ma piuttosto alla sterminata serie di reticoli allusivi, ai criptici cunicoli di citazioni (dalle sublimi alle quotidiane) che creano a prima vista disorientamento nel lettore di quell’irraggiungibile capolavoro. Magrelli anzi si spinge, giustamente, più in là, avvertendo, tramite allegazione di una magnifica immagine di Mandel’štam («La Commedia, nave portento, esce dal cantiere con lo scafo già incrostato di conchiglie»), che certi testi (e quelli citati ne sono stupenda testimonianza) nascono incorporando in se stessi un ampio tessuto commentativo; sono cioè, in qualche modo, commentativi e autocommentativi (così è, e a un livello forse mai raggiunto da altro testo, la Commedia). Di fronte alla sfida lanciata da testi simili, occorre arrendersi: non li si può affrontare senza l’ausilio di un commento all’altezza dell’oggetto. In compenso della inevitabile fatica, il piacere della lettura sarà generosamente moltiplicato.
Vorrei dire a questo proposito che coloro che si affannano a rendere più semplice la lettura di testi particolarmente ardui per gli studenti ne sottostimano l’intelligenza e la passione. Gli studenti che non vogliono studiare (che, per carità, sono sempre esistiti) sono troppo spesso la scusa di docenti che non si vogliono impegnare. Come accade per qualsiasi attività umana anche non intellettuale (che so, imparare ad andare in bicicletta da bambini) tanto maggiore è la soddisfazione del raggiungimento quanto più difficile è stato il percorso per conseguirlo.
Su una sola cosa non sono del tutto d’accordo con Magrelli: sul suo consiglio di «evitare l’errore fatale di leggere l’opera insieme alle sue note, avanzando per così dire “in parallelo”. Come i canti della Commedia, i capitoli dell’Ulisse vanno affrontati soltanto dopo aver letto la loro analisi». Per quanto riguarda l’Ulisse sono perfettamente d’accordo; lo spaesamento farebbe naufragare il lettore sprovvisto di ausilî. Ma la potenza narrativa, l’immediatezza icastica di Dante permettono a mio avviso, a chi esce da un buon liceo (e in Italia, malgrado tanta propaganda in contrario, ce ne sono ancora molti), di gustare prima il vigore sintetico del verso dantesco, per poi andare a puntellare i luoghi rimasti oscuri col soccorso del commento. Comunque la si voglia rigirare, bisogna accettare, contro ogni nostra presunzione, che la difficoltà di un testo non è preventiva altezzosità di alcuni scrittori, ma inevitabile risultato dell’altezza della sfida da loro intrapresa.
Una piccola postilla sul commento. Si tratta di un’arte (perché esistono dei principî di base, accettati o meno i quali l’esercizio prospera o si svapora) nella quale eccelle la tradizione italiana. E, se raccomando ai miei studenti più capaci e interessati agli studî danteschi di conoscere anche, tra i molti importanti, il commento di Charles S. Singleton alla Commedia (Princeton University Press), spesso ( e impropriamente) considerato con sufficienza dai miei colleghi, va anche segnalato che esistono commenti (italiani) ineccepibili di fondamentali testi in altre lingue europee. Vanno almeno ricordati quello di Luigi Reitani a Tutte le liriche di Hölderlin e quello di Alberto Beretta Anguissola e Daria Galateria alla Recherche di Proust nella traduzione di Giovanni Raboni (entrambi nei “Meridiani” Mondadori). Commenti che hanno raggiunto l’invidiabile primato di essere diventati di riferimento persino nelle culture da cui quei testi sono nati: cosa che non stupisce in Germania, ma lascia invece piacevolmente sorpresi nel caso della Francia, notoriamente refrattaria a invasioni di campo nel territorio delle proprie lettere.

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