Storie dell’altro mondo
13 Settembre Set 2012 1002 13 settembre 2012

Prima si spara, poi si parla

Prima la buona notizia. Le banane che mangiamo sono sicure. I nostri governi si preoccupano infatti molto di come si nutrono i loro cittadini, e quindi si sono messi d’accordo per disciplinare puntigliosamente l’importazione e l’esportazione degli alimenti tra i vari stati. Banane comprese. La frutta preferita dai bambini, fonte di potassio, prezioso in questi giorni di rinnovato caldo, è quindi protetta da almeno tre accordi internazionali vincolanti, che ci garantiscono tra l’altro alta qualità, prezzo equo e rispetto dell’ambiente durante la coltivazione. Ciò è buono e giusto: per quanto riguarda le banane, possiamo mangiare tranquilli.
Quello che dovrebbe rovinarci la digestione – e qui la cattiva notizia – è che i nostri governi non sono altrettanto solerti e puntuali nel regolare il commercio di un altro tipo di prodotto, molto più dannoso per la nostra salute delle banane: parliamo delle armi e delle munizioni.

Attualmente non esistono infatti trattati vincolanti a livello globale che regolino il commercio di armi convenzionali, mentre vuoti e lacune permangono nelle legislazioni nazionali e regionali: acquistare un fucile AK-47 o un elicottero militare è più facile che comprare una banana. La conseguenza più eclatante è il traffico delle armi nei mercati illegali, dove finiscono nelle mani di criminali, signori della guerra e gruppi terroristici. Un traffico che vale più di 60 miliardi di dollari e alimenta conflitti armati, violenza, corruzione. In alcune parti del mondo questo commercio non ha alcuna regola, come in Siria, in Sudan e nella regione africana dei Grandi Laghi. Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito e USA forniscono grandi quantitativi di armi a governi repressivi in tutto il mondo, a dispetto del rischio che le armi siano usate per commettere gravi violazioni dei diritti umani.

Questo fa si che ogni 60 secondi, più o meno il tempo che avete impiegato a leggere questo post fino a qui, una persona muoia per colpa di armi da fuoco. In totale si parla di 500.000 persone all’anno.
Aspettiamo. Parliamone. Spieghiamolo ai bambini di Aleppo.

La Coalizione Control Arms, di cui fanno parte Oxfam e altre organizzazioni in oltre 125 paesi –chiede da tempo ai governi di concordare un Trattato internazionale sul commercio delle armi con regole certe che assicurino il rispetto del diritto umanitario, disciplinando in modo severo la vendita e il trasferimento di tutte le armi, munizioni e attrezzature e imponendo ai governi di valutare con molta attenzione il rischio prima di autorizzare una transazione o un trasferimento internazionale di armi, rendendo pubbliche queste autorizzazioni.

Gli attivisti di Oxfam a Londra si sono persino travestiti da banane per sensibilizzare cittadini e istituzioni sull’importanza del trattato, ma questo evidentemente non è servito a far sì che i negoziati delle Nazioni Unite, tenutisi a New York lo scorso luglio, finissero con un nulla di fatto. L’ultimo giorno infatti gli Stati Uniti hanno richiesto più tempo e bloccato il trattato, che richiede il consenso unanime. “Sarebbe stato un enorme passo in avanti nella direzione giusta per prevenire genocidi e abusi dei diritti umani, controllando il commercio delle armi – e vedendo le atrocità commesse in Siria ogni giorno, è sicuramente atteso da tempo” sottolinea Anna Macdonald di Oxfam.
Le speranze si riaprono con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevista per la fine di settembre. E le decisioni che si prenderanno saranno davvero una questione di vita o di morte.

Anna Pasquale
Oxfam Italia

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