Anamorfosi
16 Settembre Set 2012 1742 16 settembre 2012

Homo homini lupus

Vi racconto il video che pubblico qui sotto. Traducendolo, in alcuni punti. Come all’inizio:

«C’è una parabola nella Bibbia, una delle più significative», dice Philip Zimbardo, Professore Emerito di Psicologia alla Stanford University conosciuto per i suoi esperimenti in psicologia sociale (tra cui quello famoso della prigione: http://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_carcerario_di_Stanford). È quella del Buon Samaritano. «Un uomo in cammino da Gerusalemme a Gerico si imbatte in uno sconosciuto che giace mezzo morto sul ciglio di una strada. In molti erano passati di là, senza fare nulla per aiutare la persona sofferente. Ma questo Buon Samaritano […] soccorre lo straniero»: scende dal suo cammello, vi carica sopra l’uomo ferito, lo porta ad una locanda e se ne prende cura. «L’idea», continua Zimbardo, «è che si dovrebbe trattare l’altro come si vorrebbe essere trattati. Questo promuove il senso di comunità, quella reciprocità tale per cui ci si dovrebbe aiutare gli uni con gli altri. Ma questa regola del Buon Samaritano è spesso messa in discussione, per il fatto che in molteplici situazioni chi ha bisogno di supporto non lo riceve, ignorato da quelli che gli passano di fianco. È “l’effetto del passante”. Così, mentre guardate questo video, provate a pensare: “Che cosa farei io? Interverrei? In quali condizioni presterei aiuto?”».

Ed ecco un susseguirsi di scene in cui i testimoni di un furto – come nella prima situazione, in cui sono tutti attori tranne l’uomo con la camicia blu –, o della sofferenza di qualcuno che pare ubriaco, svenuto o dolorante, non intervengono: guardano e passano. A meno che: (1) l’individuo in questione non indossi giacca e cravatta, e allora gli si avvicinano senza remore; (2) non ci sia qualcuno che prenda l’iniziativa, e allora gli vanno dietro.

C’è una storia della New York anni Sessanta, quella di una giovane donna di nome Catherine Genovese, ormai tristemente conosciuta come Kitty Genovese. Di ritorno in tarda notte dal lavoro al bar, proprio sulla via di casa, la ragazza viene pugnalata da un predatore sessuale che gironzolava in cerca di una vittima. I vicini sentono delle urla, ma solo un uomo si affaccia alla finestra intimando all’aggressore, un certo Winston Moseley, di lasciare stare quella donna. Moseley si allontana, ma resta nei paraggi e, non vedendo arrivare la polizia (perché di fatto nessuno l’aveva chiamata), decide di tornare indietro a completare l’opera. Kitty muore atrocemente e solo a quel punto qualcuno fa quella maledetta telefonata. I soccorsi arrivano troppo tardi.

Poi ci sono episodi di ordinaria quotidianità (e fortunatamente meno drammatici), a cui chiunque avrà avuto modo di assistere. Come quello della studentessa che cammina portando una pila di libri e scartoffie, questi cadono rovinosamente spargendosi sulla strada e una signora, passando, alza la gambetta, scavalca e tira dritto.

È la certezza di chi ritiene che i guai di un altro – e finché capitano ad un altro – non siano affar suo. La responsabilità, quando è di tutti, non è di nessuno. Come la cosa pubblica: i treni, i parchi, le strade, l’eredità che riceveranno le generazioni a venire. Con l’idea che ciò che non si trova in casa propria possa essere ignorato, o distrutto. Sono i danni prodotti da certi pesanti chissenefrega.
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