Giovani Energie
18 Settembre Set 2012 0007 17 settembre 2012

Quando il Petrolio è il miglior amico delle Rinnovabili

"Il petrolio non è la sola ricchezza del Golfo, il nostro paese è benedetto da un'abbondanza di energia solare", con queste parole ieri Al Naimi, il ministro per le attività petrolifere dall'Arabia Saudita, ha aperto la strada a un tanto atteso, quanto rivoluzionario, nuovo corso di scenari energetici.

In un contesto globale segnato dalla crisi in Europa e Stati Uniti e da un rallentamento della crescita in Asia, i paesi fino ad oggi considerati come esportatori di petrolio (quali l'Arabia Saudita, l'Iran e gli Emirati del Golfo Persico) stanno infatti diventanto i motori di un nuovo boom di investimenti in energie rinnovabili. A muovere questi investimenti però non sono i tanto discussi (quanto necessari) accordi sul clima, né tantomeno i presunti vantaggi in termini di spesa, ma bensì gli incentivi a una miglior allocazione del petrolio in un'ottica finalmente di lungo periodo. Se ne dispiacciano pure gli affezionati a intransigenti contrapposizioni, ma il petrolio sembra essere diventato il miglior amico delle rinnovabili.

Procedendo con ordine in questa analisi, il 4 settembre scorso Heidy Rehman, un ricercatore per il colosso finanziario Citigroup Global Markets Inc., ha introdotto il dibattito con la pubblicazione di un report molto discusso sia dalla stampa internazionale che dal mondo accademico, dal titolo: "I prodotti petrolchimici sauditi, la fine di una pentola magica?" ("Saudi Petrochemicals - The End of the Magic Porridge Pot?").

Nell'analisi di Citigroup si intendeva presentare il caso (eclatante) dell' Arabia Saudita: il più grande esportatore mondiale di greggio (rappresentando il 13% dell'offerta globale) e leader nel club Opec, potrebbe divenire entro il 2030 un importatore netto di petrolio! Benchè nelle previsioni di produzione nessun cambiamento sembra essere previsto (sia le autorità saudite che le indicazioni dei mercati prevedono infatti che la produzione sia constante a 12,5 milioni di barili al giorno), la vera rivoluzione riguarderà principalmente la domanda interna.

Non solo il fabbisogno energetico è previsto in crescita a tassi pressochè insostenibili per qualunque economia, ma già oggi l'Arabia Saudita riporta consumi di elettricità pro-capite pari a quelli di nazioni avanzate (e spesso nuclearizzate), come la Francia. Basti pensare infatti che il picco di consumi per quest'anno è di circa 50000 megawatts (MW), una cifra molto alta se comparata ai 21000 MW del 2000. Cosa dire quindi se il report citato prevede un tasso di crescita annuo dell'8% e un picco di consumo di 120000 MW nel 2030 (persino senza alterare le alquanto opinabili stime di crescita della popolazione)?

I paesi del Golfo infatti utilizzano principalmente i prodotti petroliferi come fonte intermedia di energia, generando energia elettrica quasi equamente da gas naturale e da altri prodotti petroliferi. Nel caso dell'Arabia Saudita, il fabbisogno interno di petrolio corrisponde già oggi al 25% della sua produzione, una cifra ragguardevole considerando gli 11.1 milioni di barili estratti ogni giorno e una popolazione di soli 28 milioni di abitanti.

Analizzando i costi di produzione attuali, stimati tra i 5 e i 15 $ al barile, e calcolate le enormi riserve, si può ben capire come mai il petrolio sia stato considerato una risorsa competitiva e pressochè infinita. Quello che è sfuggito però ai policy makers di questi paesi è la perdita economica del non portare sul mercato le aggiuntive quantità estratte, riservata al crescente consumo interno. Un perdita economica non indifferente, con il greggio che si attesta oggi sui 114 $ al barile ($/bbl) nella borsa Brent di Londra, 96$/bbl per il WTI e 114$/bbl per il Dubai-Oman.

Una razionalizzazione dei consumi (come caldeggiato da Citigroup) è inoltre oggi una idea alquanto irrealizzabile, nella necessità di sostenere la richiesta di benessere in un'area militarmente turbolenta. L'unica soluzione è quindi il passaggio a un nuovo piano energetico ben strutturato con l'obbiettivo di una differenziazione delle fonti, e qui entrano in gioco le rinnovabili. Il vero incentivo alle nuove energie non è infatti il raggiungere aree tecnicamente isolate, ma bensì il creare un vantaggio economico basata su una crescita delle esportazioni di petrolio e un dirottamento della domanda interna verso altre fonti di energia.

Per fornire alcuni esempi del fatto che ormai questo scenario sia già realtà, l'Arabia Saudita ha creato un piano quarantennale che prevede tra le altre: la costruzione di 54000 MW prodotti da energia nucleare, 25000 MW da energia solare concentrata, 16000 MW da fotovoltaico e 9000 MW dal vento. Si attende che la sola energia solare copra 1/3 del fabbisogno energetico nazionale, con investimenti per circa 109 miliardi di dollari. L'emirato di Dubai ha già sottoscritto un piano di investimenti da oltre 3 miliardi di dollari nel 2013. Nel continente africano, il solo progetto Desertec che mira a rifornire l'Europa con le energie rinnovabili prodotte nel deserto subsahariano, ha già raccolto adesioni di investimenti fino a 500 miliardi di dollari in 40 anni. In Algeria, il solare dovrà rappresentare il 40% del fabbisogno energetico entro il 2030.

In ultimo, altrettanto esemplare è il caso dell'Iran. Il paese che detiene già il primato di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nel Medio Oriente sembra aver riscoperto questa priorità proprio per aggirare l'embargo imposto dall'Unione Europea (che a differenza degli Stati Uniti, permette il pieno scambio di merci riguardati energia pulita).

Volgendo infine uno sguardo all'Italia, saremo capaci di mobilitarci per tempo e di essere partner affidabili, vendendo le nostre tecnologie e competenze in questo irripetibile boom di investimenti attesi esattamente alle porte del nostro paese?

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