Mambo
18 Settembre Set 2012 0752 18 settembre 2012

Questo Pd è troppo diviso per esprimere un leader, e per questo vincerà Monti

Eugenio Scalfari pensa che dopo Monti dovrebbe esserci Monti. Il nuovo presidente della Repubblica e il nuovo parlamento dovrebbero, rispettivamente, indicare e votare l’attuale premier alla guida del governo post-elezioni anche se Monti non dovrebbe mettersi a capo di alcun partito e tanto meno candidarsi.

Paolo Mieli la pensa all’incontrario, cioè dice che il leader del partito o schieramento vittorioso dovrebbe guidare l’esecutivo perché altrimenti saremmo fuori dalla tradizione democratica occidentale in quanto metteremmo le elezioni in secondo piano. Questo è il succo del dibattito che si è svolto ieri sulla 7 nel programma di Lilli Gruber. I due guru dell’informazione incarnano le due posizioni esistenti nella sinistra.

Chi avrà ragione? Non c’è dubbio che la posizione di Paolo Mieli è quella più limpida. Tuttavia entrambe rischiano di apparire irrealizzabili per due ragioni. La prima, quella di Mieli, è che una eventuale legge elettorale di tipo proporzionale farebbe venir meno il diritto del leader del partito più votato a guidare il governo in quanto il premier dovrebbe, o dovrà, essere espresso dal compromesso realizzato da una coalizione post elettorale. La seconda, quella di Scalfari, è contraddetta anche essa da un eventuale risultato che dovesse dare una chiara indicazione a favore di un partito cosa che darebbe al leader di questo partito la responsabilità incontestabile di guidare il governo.

Le due obiezioni devono fare i conti con un dato concreto che si può analizzare prima del voto, cioè ora. Se questo partito è il Pd può il Pd ambire a governare il paese? Non c’è dubbio, a mio parere, che la riposta debba essere sì. In quel partito ci sono competenze in grado di governare e in ogni caso il partito potrebbe fare appello a tecnici di area o no. Il dubbio viene osservando il modo in cui si sta sviluppando il dibattito interno e l’affollarsi indecente di candidati alle primarie. La sostanza del dubbio è la seguente: ma questo è un partito? Lo scontro destra-sinistra, ovvero post-comunisti e post democristiani, sintetizzato dalla coppia Bersani-Renzi, ha un senso ma che senso ha la pletora di altri candidati? Si legge ad esempio che Rosi Bindi si candiderebbe, anche se lei l’ha più volte escluso. Servirebbe una sua formale smentita perché non è seria la sua candidatura in presenza di quella del segretario. Altri nomi rappresentano ambizioni personali e aree d’opinione.

Quel che colpisce è che malgrado lo scontro Bersani- Renzi sia pieno di contenuti alternativi esso si rivela insufficiente a contenere il protagonismo e la pluralità di voci nel Pd. Da qui la sensazione del non partito. Si sta manifestando una forma di pluralismo che assomiglia più a un condominio rissoso che a una formazione politica. Per questo alla fine la tesi di Scalfari rischia di diventare l’unica seria e praticabile.  

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