Papale papale
20 Settembre Set 2012 1732 20 settembre 2012

Lo strano entusiasmo di Hezbollah per la visita del Papa in Libano

E’ stata più di una cortese accoglienza. Hezbollah non si è limitato a riservare a papa Benedetto XVI l’ospitalità dovuta, nella cultura mediorientale, ad un autorevole ospite straniero. Il “partito di Dio” sciita ha ricevuto il pontefice romano con vero e proprio entusiasmo. Forse è esagerato dire che senza le rassicurazioni di Hezbollah il viaggio del papa in Libano (14-16 settembre) non avrebbe avuto luogo, ma di sicuro esse hanno spianato la strada ad una visita che, scivolata via senza incidenti, la televisione di Hezbollah Al Manar ha definito, a posteriori, “un vero successo”.

Già prima che giungesse sul suolo libanese, nel quartiere a sud di Beirut controllato dal partito sciita, Dahye el Jamoubieh, le gigantografie di Ratzinger campeggiavano per le strade, alternate a quelle dell’ayatollah Khomeini, del leader degli Hezbollah Hasan Nasrallah e del controverso dittatore siriano Bashar al-Assad. Bande bianco-gialle del Vaticano bardavano il municipio, mentre dal cielo pendevano i festoni per il recente festeggiamento di fine ramadam e a poca distanza un cartellone pubblicizzava il pellegrinaggio alla Mecca. Lungo la strada che dall’aeroporto ha condotto il papa alla nunziatura apostolica di Harissa, poi, donne e scout di Hezbollah hanno sventolato in segno di benvenuto bandierine vaticane e fotografie di Khomeini. E’ stata un omaggio al papa anche la tempistica scelta da Nasrallah per un raduno di massa convocata a Beirut – lunedì scorso, il giorno dopo la partenza di Benedetto XVI – per protestare contro The Innocence of Muslims, il film blasfemo su Maometto prodotto negli Stati Uniti da immigrati copti egiziani che ha fatto infuriare gruppuscoli violenti dell’integralismo islamista. Arringatore di folle e politico navigato, succeduto nel 1992 a Sayyed Abbas al-Musawi, che era stato assassinato da un missile israeliano, il segretario generale di Hezbollah è apparso personalmente – cosa ormai rarissima in pubblico – alla manifestazione. “Ciò che è successo in questi ultimi giorni – ha scandito – deve permettere ai cristiani e ai musulmani di prendere coscienza del pericolo della zizzania, della minaccia del confessionalismo, è necessario che tutti abbiano coscienza del vero nemico”. Per essere un leader islamico fondamentalista, niente male.

Può essere opportunismo. Può darsi che, con l’alleato siriano pericolante, Hezbollah si senta isolato e stia preparando un “piano B”, presentandosi con un moderatismo che difficilmente cancellerà bellicosità e integralismo, cercando nuovi alleati in Libano e nel mondo. Lo stesso Nasrallah, in un’intervista più unica che rara a Julian Assange, ha recentemente rivelato di aver contattato l’opposizione politica siriana per tentare una mediazione tra il regime di Assad e i ribelli. La presenza del papa in Libano, di certo, non andava sprecata. Il “partita sciita” vede nella Santa Sede un’autorità morale dalla proiezione planetaria ma svincolata dalla mainstream del potere geopolitico mondiale. Ed ha intravisto, nelle aperture del pontefice tedesco sulla primavera araba, un possibile terreno di intesa. Così come non deve essere passata inosservata, nell’entourage di Nasrallah, la scelta della Santa Sede di non accodarsi a Stati Uniti e Israele nel definire Hezbollah un’organizzazione terroristica. Tra i documenti e le dichiarazioni vaticani, in effetti, in tutti questi anni è difficile reperire una posizione ufficiale del palazzo apostolico. Chiarisce qualcosa un articolo apparso nel 2011 sulla Civiltà cattolica, autorevole quindicinale dei gesuiti che va in stampa con l’imprimatur della segreteria di Stato vaticana. Hezobollah, vi si legge, “influenzato e finanziato dall’Iran, adottò per lunghi anni come strumento di lotta politica le cosiddette ‘azioni martirio’, finalizzate a uccidere i nemici della causa islamica (sionisti e ‘neocrociati’ in particolare). A partire da questi ultimi anni – prosegue Civiltà cattolica – assistiamo da parte di Hezbollah a un cambiamento di strategia di lotta e anche di programma politico, nel quale l’elemento nazionalista sta prendendo poco alla volta il sopravvento su quello fondamentalista e religioso. Cambiamento che va incoraggiato e sostenuto dalla comunità internazionale”.

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