Zhongnanhai e dintorni
21 Settembre Set 2012 1839 21 settembre 2012

Obama o Romney? Poco cambia, ma stiano attenti.

"La campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti è a buon punto. Sia il candidato repubblicano Mitt Romney che il presidente Barack Obama fanno a gara per chi mostra l'atteggiamento nei confronti della Cina. Romney ha promesso di prendere, se eletto, provvedimenti contro la Cina il giorno del suo primo mandato, mentre Obama ha raccolto la staffetta portando aprendo un caso contro l'industria automobilistica cinese in sede OMC. E 'una vecchia storia, la Cina diventa una carta politica da giocare nelle elezioni degli Stati Uniti. [...] Le provocazioni di questi candidati alla presidenza sono troppo da sopportare per i cinesi. I politici statunitensi mostrano un atteggiamento di indifferenza verso i sentimenti del popolo cinese. La Cina non deve chiudere gli occhi davanti a queste provocazioni. Non importa chi è il presidente in carica o chi è il candidato che dovrebbe rispettare la Cina. Dovrebbe importa quello che dicono": apre così l'odierno editoriale "Election rhetoric drives China to speak out" del Global Times.

Mentre negli Stati Uniti la Cina - lo sottolinea pure un articolo del New York Times di oggi "In Obama’s Evolution on China Policy, a Tougher Line" di Mark Landler - è tra gli argomenti principali del confronti tra Obama e Romney, il gigante asiatico vive con un certo disinteresse la campagna presidenziale a stelle e strisce.

Alla base non c'è il nostro amato e abusato “tanto non cambierà nulla”, ma un senso di forza crescente che permetterà di condizionare comunque l'atteggiamento di Washington, sia che venga confermato Obama o che Romney faccia l'exploit. E proprio i toni più anti-cinesi di quest'ultimo al momento della ufficializzazione della sua candidatura – furto di know-how, Yuan tenuto artificialmente basso, mancato rispetto delle regole di concorrenza con conseguente aumento della disoccupazione – non sembrano spaventare più di tanto. Certo meno della diffusa sensazione che ci si avvicini ad un rinnovato clima da guerra fredda.

Più volte in questi ultimi mesi la stampa ufficiale legata al PCC ha messo a confronto l'attuale presidente democratico, accusato di dare fiato alle tensioni tra la Cina e i suoi vicini, con il repubblicano Nixon – quest'anno si è celebrato il 40° anniversario del suo storico incontro del 1972 con Mao – più volte lodato per la sua politica di avvicinamento e apertura. Certo, difficile pensare che questo atteggiamento sia condiviso da tutto l'establishment cinese, spesso pronto a condannare il ritorno di una mentalità da guerra fredda, ma resta il fatto che l'opinione pubblica più nazionalista non ha dubbi: la Cina è forte, quel che succede in America ha sempre meno importanza e il futuro presidente si adeguerà.

La vittoria di Romney potrebbe al massimo portare ad un iniziale periodo di assestamento. D'altronde il realismo repubblicano – risorto sulle spoglie dello zelo missionario di Bush jr – ha a Pechino molti estimatori. A farsi portavoce di questo atteggiamento è, per l'appunto, il nazionalista Global Times, altra voce ufficiale del Partito comunista e famoso per i suoi toni meno diplomatici. Le argomentazioni espresse dal quotidiano nell'editoriale del 30 agosto “US election pick barely matters for China” sono semplici e dirette: la politica di contenimento ai danni della Cina non preoccupa più di tanto la maggioranza dei cinesi, perché aumenta il peso relativo politico-economico della Cina, diminuisce quello statunitense e le prossime sfide che i cinesi devono affrontare sono soprattutto interne: “A qualsiasi mossa degli Stati Uniti contro la Cina si risponderà di conseguenza. Le dure parole di Romney sono considerate solo trucchi per corteggiare gli elettori. I cinesi hanno sentito parole simili durante la campagna elettorale precedente. Le dichiarazioni di Romney non sono state prese sul serio dai cinesi. Ma se davvero dovesse lanciare una guerra commerciale? Non c'è nulla di cui preoccuparsi. Siamo in grado di condividere i benefici reciproci se Washington è seriamente intenzionata a fare affari con noi. In caso contrario, la Cina è disposta ad assumersi le conseguenze e a vedere come sopravviverà l'altro”.

Non ci sono dubbi: se il candidato repubblicano dovesse farcela, dovrà abituarsi al confronto con il suo predecessore Nixon. E a maggior ragione vista la stessa appartenenza politica.

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