Mambo
22 Settembre Set 2012 0922 22 settembre 2012

I vecchi politici? Sopravviveranno solo se hanno idee nuove

Mi piacerebbe contribuire a salvare la mia generazione dalla catastrofe. Lo dico con umiltà ma angosciato dai segni di degrado della vita pubblica che spingono tanti cittadini a giudizi liquidatori sul passato e su tutti i suoi protagonisti. Esattamente come è avvenuto con la prima repubblica. Vorrei segnalare la gravità di questo rischio perché si tratta di storia che abbiamo già vissuto.

La prima repubblica, finita sotto i colpi di Mani Pulite dopo il crollo del Muro di Berlino, è stata interamente demonizzata in un crescendo di invettive o di revisioni che hanno coinvolto la resistenza, la costituzione, la ricostruzione, il boom, gli anni delle battaglie civili, la lotta al terrorismo e alla mafia. Tutto in un unico calderone a bollire fino a ridursi in poltiglia. Può accadere la stessa cosa con questi nostri ultimi venti-trentanni che rischiano di finire avvolti in un giudizio liquidatorio ignorando le (poche?) cose buone (il bipolarismo ad esempio) che pure ci sono state. Spesso il destino di alcune pagine di storia dipende anche dall’atteggiamento dei protagonisti. Quanto più è protervo il loro attaccamento ai privilegi o più semplicemente alle rendite di posizione tanto più iconoclasta è la critica.

Sta accadendo così che la domanda di rinnovamento generazionale, che è cosa normale, si stia caricando di valore palingenetico proprio perché la vecchia classe dirigente non sa rispondere ad essa con virtù repubblicana. Eppure, se penso alla sinistra, ci sono esempi che dovrebbero indicare qual è la via maestra. Conosco e sono amico di due personaggi di spicco della vecchia sinistra. Parlo di Emanuele Macaluso e di Alfredo Reichlin. Li frequento da anni, col primo ogni tanto mi azzuffo e poi torniamo amici più di prima. Entrambi sono fuori dalla politica attiva da anni, così come dal parlamento. Per Macaluso si è trattato di una scelta sofferta, come racconterà in un libro intervista che abbiamo fatto insieme e di prossima pubblicazione. Entrambi hanno scelto però di non dannarsi l’anima per restare nei posti di comando nei partiti e nelle istituzioni ma hanno preferito continuare la lor attività pubblica con scritti e conferenze. Hanno varcato gli ottanta anni ma scrivono cose più fresche e intelligenti di tanti miei coetanei e di tanti coetanei di Renzi, compreso il medesimo. Il carico di storia che si portano sulle spalle serve a loro per scrutare il futuro nel disinteresse completo sul proprio destino.

Ricordo un altro grande vecchio, oggi scomparso, Vittorio Foa che sul futuro si lambiccava il cervello come mi disse con chiarezza una volta che gli chiesi, da direttore dell’ “Unità”, di commemorare un vecchio dirigente socialista appena moro: “fammi parlare del futuro, alla mia età bisogna parlare del futuro”. L’attaccamento ai ruoli di comando rischia di far smarrire a quelli della mia generazione, o giù di lì, questo duplice compito, oserei dire storico: dare una interpretazione di quel che è accaduto e provare a immaginare quel che può accadere.

Pensiamo a quel che è accaduto. Questi anni della seconda repubblica sono stati incredibili nella sinistra perchè hanno visto la scomparsa di una lunga tradizione storica e l’affacciarsi di problematiche inedite. La vecchia classe dirigente del dopoguerra si è sempre interrogata per cercare di decifrare il cambiamento (fu questo l’atteggiamento che ebbero due dirigenti opposti come Luigi Longo e Aldo Moro sul ’68), mentre i dirigenti che sono venuti dopo di loro si limitano a osservarlo, a cercare di galleggiare su di esso, senza mai tentare un approccio più profondo e sistematico. È per questo che la polemica generazionale sta diventando tanto travolgente quanto selvaggia.

Perché accade ai vecchi dirigenti un po’ quello che accadeva agli insegnanti pre-68 ( e Renzi mi scusi ancora per la citazione di un’annata per lui dannata): si godevano la cattedra ma non si rendevano conto che i loro alunni chiedevano altro rispetto alla loro scienza incartapecorita. So che l’inno alla giovinezza è nel suo profondo di destra. So che ciò che fa la differenza fra le persone e le forze politiche sono le idee e non l’età (me lo fa notare Bartolo Anglani in un suo post ed io sono talmente d’accordo che l’ho scritto tante volte), ma quel che serve a questo paese è un segno di discontinuità che passa anche attraverso il cambio di generazione. I vecchi migliori sopravviveranno nella vita pubblica. Dovranno meritarselo, però. Sennò potranno scegliere di fare politica attraverso quella che una volta si chiamava la battaglia delle idee. Anche perché non ne vedo molte in giro.

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