A mente fredda
22 Settembre Set 2012 1243 22 settembre 2012

La politica è un patto che dobbiamo "stringere con le forze demoniache". Ed è il caso di ricordarlo

Ormai da anni, e non fanno certo eccezione questi ultimi giorni, giungono a noi cittadini notizie di malversazioni e abusi operati senza ritegno dalla nostra classe politica ad ogni livello; da questo punto di vista le notizie più recenti sono particolarmente significative, proprio perché coinvolgono esponenti delle amministrazioni regionali, solitamente considerati come destinati a gestire minore potere e sottoposti a controlli più stringenti da parte dei livelli istituzionali più elevati.

Il fatto che persino in regioni, province e comuni l'approccio con la cosa pubblica possa essere così sfacciatamente volto all'arricchimento personale e al consolidamento della propria influenza individuale può lasciar pensare, legittimamente, che all'interno del sistema istituzionale vigente non vi sia più speranza di attivare un efficace insieme di contrappesi e verifiche dell'operato degli eletti. In una situazione del genere è comprensibile il montare di quella che, con un termine mai definitivamente chiarito nei suoi usi e rivelatosi nel corso del tempo ambiguo, è stata definita "antipolitica". Naturalmente è difficile venire a capo di un concetto che, nel corso del tempo, è passato dall'individuale un atteggiamento diffuso e informe a connotare organismi e strutture di rappresentanza dell'opinione pubblica che hanno fatto leva su di esso per nascere e/o acquisire consenso: tuttavia, qualche tentativo si può fare. I discorsi maturati in quel contesto e i sentimenti da essi suscitati, infatti, vanno oltre la semplice condanna degli episodi di corruzione o di inadeguatezza del personale politico, per coinvolgere nella delegittimazione non solo tutta la classe dirigente del paese, accusata in blocco di inefficienza, e di connivenza o addirittura di vera e propria istigazione dei casi conclamati di illegalità, ma anche e soprattutto gli istituti della democrazia rappresentativa e gli strumenti tradizionali di partecipazione, come i partiti. In poche parole, l'idea che sembra diffondersi gradualmente è che sia la politica stessa così com'è a rendere inevitabile la corruzione di chi vi partecipa, e per questo deve essere completamente destrutturata per fare in modo che, accedendo tutti insieme i cittadini ai processi decisionali, nessuno sostanzialmente possa effettivamente arrogarsi il potere di prendere decisioni.

Il recente caso che ha coinvolto il consigliere regionale del "MoVimento 5 Stelle" Giovanni Favia mi sembra da questo punto di vista indicativo: le sue ragioni, per certi aspetti controcorrente rispetto a quelle diffuse nel movimento di cui fa parte, sono state fatte risalire da più parti a un tentativo di evitare l'ormai certo abbandono della "poltrona" a fine mandato, e si è arrivati a parlare di un inevitabile decadimento morale nelle persone investite di potere decisionale autonomo. Ancora più strano, nelle reazioni dei militanti del movimento raccolte sul web, è stato rilevare come a una persona che, a quanto si continua a ripetere, è stata scelta in base a curriculum e competenze ritenute adeguate ad affrontare meglio degli altri la complessità del lavoro in regione, si sia voluta immediatamente bloccare e stigmatizzare qualunque autonomia nelle decisioni da prendere in sede istituzionale. Un caso simile, del resto, era già avvenuto quando sembrava che il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, anch'egli candidato per le sue competenze e per la sua esperienza di professionista nel management, sembrava volesse staccarsi dall'ala protettrice di Beppe Grillo. Al di là di interessanti possibili considerazioni su come questa assenza di gerarchie di diritto abbia reso possibile la creazione di una gerarchia di fatto che rende Grillo e il suo inner circle depositari di un controllo sui mandati degli amministratori M5S non paragonabile con quello di nessun altro partito, e di come questo segni il sostanziale fallimento di un annullamento delle supposte distinzioni tra politici e cittadini trasferendo l'esercizio del potere in una sede incontrollata perché extra-istituzionale, né più né meno di come un secolo fa si diceva dei grandi partiti d'integrazione di massa, commenti come

il Movimento è nato grazie a Beppe Grillo. Pizzarotti, se non fosse per il culo che si è fatto Beppe Grillo da 10 anni a questa parte, starebbe ancora a fare le pizze o a fare cosa diavolo faceva prima,

indicano innanzi tutto una necessità continua di svilire l'individualità dell'uomo della politica e delle istituzioni e la sua capacità di affrontare i problemi in modo autonomo, senza il continuo ricorso a una sorta di "assemblea permanente", e finanche l'idea che un individuo, nel momento in cui diventa "un politico", diventi ipso facto un sorvegliato speciale che non ha altre caratteristiche peculiari se non la volontà di "mangiare" il più possibile e di farla in barba al resto dei cittadini.

Questo atteggiamento estremo è pericoloso al di là della sostanziale irrealizzabilità di un monitoraggio della cittadinanza sugli affari pubblici, continuo e "neutro", non orientato da agenzie di influenza indiretta. Infatti, se è vero che un insieme efficiente di controlli e di contrappesi istituzionali, così come un adeguato accesso dei cittadini alle informazioni, è garanzia necessaria al funzionamento delle istituzioni democratiche e liberali, l'idea di un "annullamento" di una sfera politica distinta perché intrinsecamente corruttrice dimentica una delle ragioni fondamentali per cui la politica esiste. La figura del politico "di professione" ha infatti un ruolo fondamentale come "tecnico" nella gestione del potere, ovvero di quella violenza coercitiva di cui lo stato detiene il monopolio per evitare che, a causa di un suo ritorno nella collettività sociale, la situazione sprofondi di nuovo in una legge del più forte (che oggi sarebbe legge del più ricco o del più capace a influenzare attraverso la manipolazione dell'informazione). Questo potere suscita appetiti e ambizioni, e il politico non può esserne completamente estraneo, pena il farsi sopraffare da chi ha più appetito e ambizione di lui.

Tutto questo può esserci ricordato da un vecchio e noto (ma spesso non sufficientemente meditato) testo di Max Weber, la conferenza nota in Italia come La politica come professione, pronunciata nel 1919. Nelle sue parole si trova forse la migliore definizione del ruolo che un politico deve svolgere. Egli non deve e non può essere un "santo", ovvero ispirarsi in modo assoluto ai principi propri dell'etica individuale, pensati appunto in un'ottica di convivenza civile già "pacificata" dal potere dello stato. Riprendendo quanto detto qualche anno prima da Jacob Burckhardt, Weber notava che nella politica c'è una componente demoniaca, proprio perché lo stato e il suo potere nascono per gestire alcune componenti "demoniache" ineliminabili dei rapporti sociali (violenza, ambizione, prevaricazione) assumendone il monopolio evitando che individui e piccoli gruppi le utilizzino liberamente in una "guerra di tutti contro tutti". La disinvoltura nell'utilizzo delle leve del potere, dalla creazione del consenso alla freddezza nel mettere fuori gioco gli avversari e i competitori, sono anzi armi fondamentali per non soccombere. Ma devono appunto essere mezzi, non fini: nella sua distinzione dall'"etica della convinzione" tipica dell'idealista inconcludente, quell'"etica della responsabilità" che per Weber è l'atteggiamento migliore per un buon politico si distingue non per l'assenza di passioni e di convinzioni profonde, ma per la capacità di discernere tra mezzi e fini: l'azione politica deve essere efficace, e quindi quando serve spregiudicata, in vista della realizzazione dei grandi obiettivi ideali che ci si propone e per cui si è deciso di fare politica attivamente. Il politico non abdica al suo ruolo quando opera con disinvoltura in quella "terra di nessuno" morale che è l'esercizio del potere, ma quando lo fa semplicemente per l'autoconservazione sua o della sua associazione partitica, quando cerca di accumulare potere e risorse in modo del tutto autoreferenziale, senza più obiettivi strategici.

Occorre assolutamente recuperare, da parte della nostra opinione pubblica, coscienza di questa sottile distinzione, per evitare che la ragionevole richiesta di politici attenti al benessere dei cittadini e alle loro richieste si trasformi in un annullamento delle qualità necessarie alla gestione del potere pubblico, che comporterà come conseguenza la rinuncia agli "anticorpi" necessari alla nostra società per una deriva populista assimilabile, nei fatti, a una nuova legge del più forte.

Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l'uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una causa, al dio o al diavolo che la dirige. [...]

Essa non crea l'uomo politico se non mettendolo al servizio di una causa e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell'azione. Donde la necessità della lungimiranza - attitudine psichica decisiva per l'uomo politico - ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La mancanza di distacco, semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all'inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l'ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La forza di una personalità politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. [...]

Per l'uomo politico [...] l'aspirazione al potere è lo strumento indispensabile del suo lavoro. [...] Ma nella sua professione il peccato contro lo Spirito Santo comincia quando tale aspirazione di potere smarrisce le cause per cui esiste e diviene un oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi puramente al servizio della causa. Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una "causa" giustificatrice e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare "sull'efficacia", ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto "dell'impressione" che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. [...]

Il mero "politico della potenza", quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo. In ciò i critici della "politica di potenza" hanno pienamente ragione. Dall'improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell'indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. [...]

È perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell'azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all'azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l'uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l'umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel progresso non importa in qual senso - oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di un'idea, oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana - sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente - ciò è assolutamente esatto - anche sui successi politici esteriormente più solidi.

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