Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
24 Settembre Set 2012 1042 24 settembre 2012

la nostra bella fetta di responsabilità sui diritti dei lavoratori in Cina (e altrove)

Micha X Peled è un regista americano autore della "Globalization Trilogy", tre documentari su tre aspetti diversi di questo tema. Sulle pagine del nostro blog abbiamo dedicato ampio spazio alle criticità pratiche verso cui questo modello di produzione ci sta portando.

L’aeroporto internazionale Pudong di Shanghai è un punto di snodo del traffico del paese così importante che nel 2010 ha registrato la cifra record di 40 milioni di persone in transito. non sono pochi a chiamarlo megaporto ed a osservare qualche immagine non si può dar torto. la seconda potenza economica del mondo ha censito negli ultimi mesi del 2011 che la metà della popolazione totale vive nei centri urbani.

in città si fa una vita da cani (o forse peggiore perchè almeno i cani dormono quanto vogliono) però sono sempre di più a voler muoversi ed entro il 2030 un miliardo tondo di persone sarà urbanizzato. perchè?
perchè emigrare in una città industriale permette di triplicare il proprio salario, nonostante esso sia in ogni caso bassissimo.
al di là dei discorsi fatti e rifatti riguardo a quanto noi c’entriamo in questo gioco perverso voglio concentrarmi solo su alcuni dati tratti dal documentario “Blue China”, a proposito della produzione di vestiti e prodotti da esportazione, reperibile anche su youtube:
un lavoratore in fabbrica guadagna mezzo yuan (0,06 $) all’ora, ma di fronte all’estrema miseria a cui deve far fronte nelle aree rurali preferisce lavorare anche 18 ore al giorno, compresa la notte, senza essere retribuito delle ore in più di lavoro.
un jeans completo è venduto ad un’azienda straniera mediamente a 4 $, ciò significa che anche il proprietario della fabbrica cinese non guadagna così tanto sulla schiena dei suoi lavoratori (anche se abbastanza per fare la vita da parvenue).
le aziende occidentali sanno perfettamente che per pagare così poco c’è qualcuno che ne paga le conseguenze ma a loro va bene così, poichè fanno parte (e ne contribuiscono) di un mondo che l’umanità (e l’etica) la usa per pulire il bagno.
ma se poi al centro commerciale un paio di Levi’s costano 70 euro (non 15) o un paio di Timberland 150 (non 30), non sarebbe il caso di pensarci due volte e non prenderci anche noi la nostra bella fettina di responsabilità?

diceva tempo fa Giovanni De Mauro “In realtà anche noi, i cosiddetti consumatori, abbiamo un grande potere: quello di scegliere cosa comprare. Ma per poterlo esercitare dobbiamo essere informati. Dobbiamo sapere che dietro ogni telefono, ogni computer, ogni televisore che entra nelle nostre case c’è anche una storia di sofferenze e di sfruttamento. Non sempre, ma più spesso di quanto immaginiamo"

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