Mambo
24 Settembre Set 2012 0724 24 settembre 2012

Mentre Renzi vola libero, Bersani subisce i ricatti di Bindi, Fassina e Fioroni

Mentre Renzi fa la sua campagna elettorale sulle primarie senza alleati e senza condizionamenti, Bersani deve subire gli ultimatum di chi l’appoggia. Ieri ne ha avuti ben due, il primo da Rosi Bindi, il secondo da Fioroni. Bindi ha detto che rinuncia a correre per le primarie e appoggerà Bersani a condizione che questi si opponga alla “rottamazione” e si impegni a portare al governo la vecchia generazione. Il secondo ha detto che appoggerà Bersani solo se si contrapporrà a Vendola e ancora una volta ha alluso a una sua fuoriuscita dal partito. I due sono di orientamento e di storia democristiana, così come Renzi.

La domanda è come mai da quella parte del Pd vengano le maggiori difficoltà alla leadership di Bersani. La ragione probabilmente sta nel fatto che Bersani e tanti come lui si considera ancora figlio di un dio minore. Se mettiamo a confornto la spregiudicatezza della campagna di Renzi e la prudenza di quella di Bersani vediamo indubbiamente la differenza caratteriale dei due competitors, poi la diversa condizione di partenza, l’uno inseguitore l’altro inseguito, ma soprattutto il fatto che nella cultura di Renzi c’è la certezza di essere mondato dall’accusa di comunismo e forse di essere di sinistra mentre Bersani teme sempre che prima o poi scatti la tagliola dell’accusa di continuità con il passato.

Il paradosso è che Bersani potrà vincere solo se quella base che come lui ha qualche rapporto con il passato si mobiliterà al suo fianco. Qui siamo al cuore del tema culturale della rottamazione visto dal lato sinistro. Se per le correnti culturali che vengono dall’area democristiana non è stato necessario un grande sforzo culturale per militare nel Pd, non si può dire la stessa cosa per chi viene dalla sinistra storica. Questi ultimi hanno dovuto mettere a confronto con il presente idee che vengono da molto lontano e che riguardano lo Stato, l’equilibrio fra le classi, i rapporti fra le persone, l’idea di società. Anche mondata dall’utopia mostruosa del comunismo, restava in piedi la suggestione di una società totalmente nuova che avrebbe potuto cambiare non solo le relazioni fra gli uomini ma anche l’uomo stesso.

La classe dirigente post-comunista ha in tutti questi anni eluso il confronto culturale con questi totem del passato e si è rifugiata nel governismo spesso condito da suggestioni post kennediane. Fino a che l’economia mondiale tirava è sembrato naturale andare avanti su questa strada. La sinistra ha messo in uno stanzino le sue idee e si è fatta travolgere dall’ottimismo clintoniano credendo anche che la globalizzazione avrebbe portato inevitabilmente in un mondo migliore. Quando tutto questo è crollato, e la sinistra se ne è accorta tardi concentrata com’è stata, o come è stata costretta dai giustizialisti, ad occuparsi del fenomeno Berlusconi, si è resa conto che la politica si ritrovava a dover affrontare le domande di sempre, le sue domande storiche cioè quale stato, quale economia, quale ruolo della persona nella società.

Per chi viene dalla cultura cattolica e democristiana non è difficile navigare in questo mare. Nel loro bagaglio culturale c’è di tutto, dal dirigismo al liberismo, dal primato della persona, al primato dello stato. La sinistra invece dovrebbe scegliere e provare a fare un salto di qualità cultrale che ha due ostacoli da superare: il primo dimostrare che è possibile avanzare un’idea di società più giusta che nulla abbia a che fare con le utopie dell’otto-novecento, secondo che c’è una cultura in grado di incidere su questa trasformazione delle nostre società a cuore battente, cioè nel pieno della crisi.

Ecco perché quando si pensa alla rottamazione della sinistra si possono avere in mente due cose. O rottamare la sinistra in quanto tale o rottamare la sua cultura prevalente e le sue titubanze a interrogarsi sul futuro. Renzi probabilmente vuole rottamare la sinistra in quanto tale. Bersani e la sua generazione non riescono a fare il passaggio alla fase nuova della sinistra, ben più impegnativa della svolta dell’89. Lì si trattava di dire come si smetteva di essere, qui si tratta di dire che cosa si vuole diventare. Pochi si appassionano nella difesa delle vecchie classi dirigenti della sinistra perché non vedono la ragione di difenderle. Se si tratta di carriere personali, sono fatti loro, se ritengono di dover essere salvati perché sono un pezzo di stria, gli si può rispondere che nessuno di loro, o quasi, è diventato un leader alla Amendola, Ingrao, Paietta, Nenni, Pertini, se chiederanno di essere salvati per tutelare una cultura gli si può opporre che la loro caratteristica è stata proprio l’assenza di progetto culturale. Ecco perché Bersani è ricattato da tutti, Bindi, Fassina, gli improbabili giovani Turchi e i vecchi elefanti. Tutti loro lo appesantiscono, mentre Renzi democristianamente vola libero.  

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