David Bidussa
Storia Minima
25 Settembre Set 2012 0954 25 settembre 2012

Dopo “Renata” ci ritroveremo a leggere il “Dio, Patria e Famiglia” di Veneziani?

Intravedo un rischio nell’ondata montante di moralismo che, complice l’ultima questione dello "scandalo Lazio”, sta salendo nell’opinione pubblica. Il rischio, non è quello del populismo, che pure c’è indubbiamente. E non è nemmeno quello del qualunquismo (che pure è presente) o del dichiarare che con quella cosa lì non si ha niente a che fare, come se una classe politica, non importa quanto competente, preparata, o cialtrona, inconsistente, non fosse il risultato di un modo di intendere la politica che ha definito la storia concreta del nostro paese ormai da anni.

Il rischio che intravedo è che si indichi nel “federalismo” – ovvero in una parola cui prima si affidavano poteri magici di rigenerazione, la causa del male e dunque con la stessa logica, nella foga di trovare qualcosa che plachi le ansie, ci si metta in cerca di parole magiche, comunque evocative.
E così si rispolverano vecchi slogan che per alcuni conservano il fascino del passato che non tradisce (per esempio quella triade che propone Marcello Veneziani- “Dio, Patria,Famiglia”, che un tempo fu di Philippe Petain e della Francia di Vichy tra il 1940 e il 1944) e parallelamente si vada in cerca dell’uomo della provvidenza che solo può garantirci una tutela.

Qualcuno dirà che no, che è vero l’opposto, che oggi la politica è squalificata e che ciò che cerchiamo è esattamente il contrario. Non sono d’accordo. Perché il problema non è che cosa si dice, ma il senso di responsabilità che si ha; quanto si è disposti a scavare nelle responsabilità della propria parte anziché accontentarsi o soddisfarsi degli scivoloni di quelli dell’altra parte. E, infine e conseguentemente, quanto si è disposti a “rimetterci” per potere risalire la china.

Non è solo un problema che riguarda i partiti, ma qualsiasi struttura rappresentativa che agisca per rappresentare interessi costituiti nel nostro Paese, sindacati inclusi. Per cui, alla fine il “tiro al bersaglio” ai partiti risulta uno sport divertente, ma troppo facile, e proteso più a evitare di essere chiamati in causa che non a una presa di impegno. Evocando un tempo che fu, felice, scomparso, mai esistito e, soprattutto, rinnovando i vecchi vizi.

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