La fanfara frenetica
27 Settembre Set 2012 0222 27 settembre 2012

Grazie a lei finalmente suono! Fiorenza rules!

I nuovi mestieri della musica.


Grazie a lei finalmente suono! Me lo disse un giovane e bravo pianista... e allora mi sono detto.. conosciamola meglio. Non è il mio ufficio stampa sia chiaro... tuttavia ho conosciuto Fiorenza Gherardi De Candei, nel "giro" dei giovani musicisti che si stanno (faticosamente) aprendo una strada nel jazz di oggi. Questa giovane donna, molto simpatica e nello stesso tempo seria e professionale, stabile e posata, rappresenta la nuova nutrita truppa di persone che fanno l' "Ufficio Stampa" nel jazz e che svolgono un ruolo fondamentale nella carriera di un giovane musicista e che possono essere in grado di "fare la differenza", dandogli la "visibilità" che oggi sembra essere uno dei risultati più difficili da ottenere.
L'ho voluta intervistare per LINKIESTA proprio perché questo giornale, si occupa frequentemente dei nuovi modi di lavorare e Fiorenza fa un mestiere che nel Jazz esiste da poco. Conosciamola meglio.

1 Il tuo è un mestiere nuovo in Italia, puoi raccontarcelo meglio?

In generale, quello dell’ufficio stampa è un ruolo sempre più crescente in un momento storico in cui il pubblico è costantemente sommerso da messaggi pubblicitari di ogni tipologia, e anche una produzione di grande qualità può far fatica ad emergere da sola. Ha, quindi, una funzione fondamentale per il lancio promozionale di qualsiasi prodotto. Nell’ambito musicale la mia figura costituisce un ponte di collegamento tra l’artista e la stampa per l’ottenimento di articoli, recensioni, interviste, servizi televisivi, passaggi e interventi in radio, e così via. Ovviamente, l’audience finale del mio lavoro è il pubblico di nuovi e vecchi appassionati, ma anche tutta la comunità artistica di settore tra cui direttori di club, festival e rassegne, andando a integrare indirettamente l’attività di booking. Spesso vengono richieste all’ufficio stampa anche mansioni che appartengono prettamente alla comunicazione e al marketing: redazione di testi di presentazione, booklet, bio, flyer, immagini di repertorio e consulenze per lo sviluppo dell’immagine dell’artista stesso. Inoltre, nella mia ottica quello dell’ufficio stampa è un ruolo che, insieme a quello del manager, dovrebbe concorrere a sollevare (e salvare!) i musicisti da scelte artistiche di tipo imprenditoriale.


2 Il mondo del jazz di oggi è molto ampio e gli stili sono molteplici, hai una preferenza a lavorare con musicisti che si esprimono in un linguaggio particolare o sei aperta a tutto?

Musicalmente sono onnivora e dunque la sola selezione che opero riguarda l’emotività e la sincerità del prodotto, meglio ancora se stilisticamente vengono sperimentati nuovi modi e superati alcuni dogmi. Aspiro all’illimitatezza e alla libertà nella vita così come nella musica.


3 Cosa vedi attorno a te, come giudichi la situazione a livello di vivibilità nell'ambiente del jazz?

Nel jazz ho trovato molta più gioia ed entusiasmo rispetto ad altri ambiti musicali e artistici in cui ho lavorato. Ovviamente la situazione può cambiare da caso a caso, ma in generale mi ritengo molto fortunata. E’ un ambiente in cui trovo non solo amicizia e disponibilità a collaborare, ma anche un fermento creativo molto ispirante.

4 Cosa speri di raggiungere come obbiettivo?

Proprio in questo periodo riflettevo su quali obiettivi prefiggermi per il nuovo anno di lavoro. Ovviamente, in primis, continuare a constatare la mia crescita professionale in parallelo con la crescita artistica dei musicisti con cui lavoro. Una delle prime tappe è TRIPLE VISION(I), uno spettacolo multimediale di cui curo il management, che debutterà il 25 ottobre a Roma alla Sala Petrassi del Parco della Musica per il Roma Jazz Festival; è una performance in cui video-arte e il jazz di tre formazioni di fuoriclasse (RAJ trio, Nohaybandatrio e MAT con special guest Fabrizio Bosso) si fondono interagendo in tempo reale.
Obiettivo sia a breve che a lungo termine, credo sia applicare la mia visione esistenziale anche alla dimensione lavorativa: parlo di qualità del rapporto umano, etica, sincerità del prodotto musicale e, ci tengo molto a sottolinearlo, utilità sociale e collettiva del sentimento suscitato nel pubblico dalla musica che promuovo. C’è un concetto espresso da Bruce Springsteen che mi ha colpito molto: attraverso la musica e durante il live, tentare di dare alla gente ciò che cerca e che a volte non riesce a ottenere in nessun’altro modo. Springsteen può rappresentare una figura molto controversa, ma chi ha assistito ad almeno uno dei suoi concerti sa bene che in quell’istante si può trovare davvero la summa e la festa dei sani valori di cui soprattutto in questo momento credo siamo tutti affamati. Io credo in questa festa anche nel jazz, e quindi nel mio lavoro.


5 Cosa deve fare un musicista che vuole avere te come collaboratore?

Ho bisogno di fare totalmente squadra con gli artisti con cui collaboro. Iniziando anzitutto ad “entrare” in ogni traccia del disco, devo capirlo e provare la stessa emozione che poi è mio compito spiegare con parole scritte nero su bianco. Fare squadra vuol dire, appunto, far crescere insieme un progetto artistico così come il musicista lo ha sognato e concepito, ma con le giuste scelte manageriali.


6 Hai molti artisti nella tua agenzia in questo momento?

Si, ma mi concentro sempre sul mantenere un numero di collaborazioni tale da poter dedicare ad ogni progetto la giusta attenzione, visto che il mio è un lavoro che in primis richiede tempo.

7 Il futuro del jazz italiano dal tuo punto di vista?

Artisticamente, il fermento attuale ed il livello della nuova generazione è entusiasmante. E grazie alle commistioni tra generi, all’attenzione dei media ed ai grandi e piccoli eventi che si sono moltiplicati negli ultimi 10 anni, il jazz qui in Italia si sta gradualmente affrancando dall’essere un linguaggio “di nicchia”. Mi auguro che le politiche manageriali del momento e il contesto economico non ostacolino questa crescita.


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