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27 Settembre Set 2012 1306 27 settembre 2012

No, non siamo tutti Sallusti

Sono un giornalista e, come tutti i colleghi, mi sento chiamato in causa dalla vicenda Sallusti. Come molti colleghi, poi, ho affrontato querele (tre, per la precisione), oltre a pressioni e intimidazioni, dalle quali, nel mio caso, sono uscito indenne perché sono sempre stato in grado di provare di aver fatto bene il mio mestiere, ovvero di non aver dato notizie false, di essermi documentato, di aver fatto le verifiche del caso, ecc.

Veniamo alla questione del direttore de Il Giornale. L’articolo pubblicato oggi da Valigia Blu è pienamente condivisibile perché, oltre ad andare controcorrente, fa un’operazione giornalistica, semplice quanto fondamentale, ovvero quella che imporrebbe di guardare le carte prima di farsi prendere dall’emozione. Se si spulciassero gli atti processuali, infatti, si scoprirebbe per esempio che Sallusti aveva dichiarato che Dreyfuss (la firma che appariva sotto l’articolo incriminato) fosse uno pseudonimo “collettivo” e che lo aveva fatto, consapevole di infrangere la legge, per dare la possibilità a Renato Farina, radiato dall’ordine perché al soldo e al servizio dei servizi segreti italiani più o meno deviati, di continuare a scrivere.

Esisteva quindi un legame forte fra Sallusti e Farina, tanto da spingere il primo a mentire per dare la possibilità al secondo di continuare a scrivere e in più, qualsiasi giornalista lo sa, i pezzi di Dreyfuss andavano in prima e, in genere l’unica cosa che il direttore controlla direttamente è proprio la prima, a partire dall’editoriale. Arriviamo così al pezzo incriminato. L’articolo su Libero parla apertamente di “pena di morte” da comminare al giudice che avrebbe indotto una minorenne ad abortire. toni forti, molto forti, difendibili come “libera espressione di un’opinione” se non fosse che le cose non stavano così. Il giudice si era limitato ad applicare la legge e ad autorizzare la ragazza in questione ad abortire (una sua scelta), nonostante il parere contrario del padre.

Una notizia palesemente falsa, che, quindi, altrettanto palesemente, diffama il giudice e, in più lo fa pubblicamente, su un quotidiano a tiratura nazionale. Se si leggono ancora gli atti, si scopre che si erano rincorsi lanci Ansa che chiarivano la questione e che tutti i media avevano ripreso, riportando il ruolo del giudice sotto la giusta luce. Tutti tranne Libero, il cui direttore ha dichiarato di “non aver visto i take di agenzia perché era in auto”. Per me, che ho lavorato a lungo in una redazione di un grande quotidiano nazionale, si tratta di una frase talmente folle da diventare comica.

Infine, nonostante l’evidenza della falsità della notizia, lo stesso quotidiano, nonostante l’obbligo di legge, non ha mai pubblicato la rettifica, pure richiesta dal giudice stesso. A questo punto l’interrogativo è: dov’è il reato d’opinione? La notizia era falsa, diffamatoria per il giudice, l’articolo era scritto da un personaggio radiato dall’ordine dei giornalisti, coperto, in modo illegittimo, dallo stesso direttore che poi non ha visto i lanci di agenzia e e non ha pubblicato la rettifica.

A mio modesto avviso qui parliamo semplicemente di non rispetto della legge e della deontologia professionale oltre che di un travolgimento del senso di responsabilità che chiunque scriva su un media dovrebbe avere, cioè la responsabilità verso la vita e l’onorabilità delle persone che si vedono “sbattute in prima pagina”.

Deve esistere una norma che difenda i cittadini dagli abusi di potere o dalla imperizia professionale dei giornalisti, che ne tuteli cioè la reputazione e la vita. Come deve esistere piena libertà d’espressione anche e soprattutto per i giornalisti. Libertà limitata solo dalla veridicità di ciò che si dice e dal proprio senso di responsabilità personale e professionale.

Deve esistere la diffamazione, aggravata per il “mezzo stampa” e se la norma viene infranta chi sbaglia deve pagare. Da qui a immaginare il carcere, certo, ce ne passa. Devono esistere altre pene, pecuniarie, per esempio, professionali, come la sospensione, ma devono essere comunque pene in grado di avere un proprio potere dissuasivo perché se la libertà di stampa e di parola sono diritti fondamentali, sacrosanti e di enorme valore, altrettanto di valore è il diritto dei cittadini di veder tutelate la prorpia reputazione e onorabilità e, in sintesi, la propria esistenza in un consesso sociale.

Niente carcere per il direttore Sallusti, lo sostengo anch’io ma neanche l’aureola del martire nella lotta contro lo strapotere dei giudici che è davvero il risultato, voluto o meno, di tutta questa storia. Cambiamo le pene, rivediamo la legge ma non abdichiamo alla legalità e al rispetto della legge e delle più elementari norme di deontologia professionale.

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