Mercato e Libertà
27 Settembre Set 2012 1115 27 settembre 2012

Riforme a costo zero che aiuterebbero l’economia

Ci sono molte riforme a basso costo che potrebbero rapidamente aiutare l’economia senza incidere sul deficit e il debito. Non credo che possano fare miracoli, ma potrebbero aggiungere qualche decimo di punto percentuale ai pochi decimi di punto di crescita reale potenziale dell’economia italiana.

Semplificazione fiscale

In Italia non si pagano solo un mucchio di tasse (in cambio, tra l’altro, di servizi ridicoli), ma si spendono anche un mucchio di risorse per capire quante tasse pagare. Semplificare, a parità di entrate, la regolamentazione fiscale potrebbe far risparmiare alle imprese decine o centinaia di ore uomo sprecate per compilare moduli, verificare normative, sperare di non incappare in un solerte funzionario che fa multe esose per cose da nulla, etc. Ogni passo burocratico in più rappresenta una perdita secca per l’economia, perché le risorse sprecate per pagare le tasse non sono entrate fiscali, sono solo uno spreco. L’Italia è messa molto male dal punto di vista della complessità fiscale.

Basta incentivi alle rinnovabili

Gli incentivi alle rinnovabili costano circa dieci miliardi l’anno sulla bolletta elettrica. Rappresentano circa il 20% del costo totale dell'energia, e sono una delle principali cause per cui l’elettricità in Italia è la più costosa al mondo, come insegna il caso ALCOA. Eliminare gli incentivi alle rinnovabili consentirebbe di colmare quasi metà del divario di costo tra l’energia elettrica in Italia e quella negli altri paesi europei.

Meno incentivi ma meno tasse per le imprese

Gli incentivi alle imprese ammontano all’incirca al valore delle entrate IRAP. Sarebbe possibile dunque eliminarli e contemporaneamente abolire l’IRAP. Dato che gli incentivi alle imprese raramente servono alla crescita economica perché sono erogati sulla base di procedure burocratiche e pressioni lobbistiche e politiche, questo scambio aumenterebbe la competitività dell’Italia a costo zero. La de-burocratizzazione che ne conseguirebbe ridurrebbe anche la corruzione, oltre a ridurre i compiti e quindi sperabilmente le dimensioni della Pubblica Amministrazione. Probabilmente gli unici incentivi utili sono quelli alla ricerca.

Meno tasse sul lavoro e più su consumi e pensioni

In Italia la tassazione sul lavoro, come quella sulle imprese, è a livelli punitivi. Parte del problema è legata al fatto che le tasse sui consumi sono relativamente bassi, nonostante l’elevata aliquota IVA e le enormi accise sui carburanti, perché ci sono molte eccezioni all’aliquota IVA standard. Non ho invece dati sul valore delle detrazioni e deduzioni IRPEF. Aumentare IVA e IRPEF, non necessariamente aumentando le aliquote, e diminuire a parità di gettito i contributi previdenziali a carico delle imprese farebbe aumentare la competitività del paese e quindi l’occupazione e gli investimenti. Tagliare quelli a carico dei lavoratori aumenterebbe comunque gli incentivi a lavorare e quindi produrre. In entrambe i casi, ci sarebbe un trasferimento di ricchezza verso chi produce, facendo tornare l’Italia alla norma dei paesi OCSE come peso relativo della tassazione sul consumo rispetto a quella sul lavoro (se si agisce sull’IVA), e comunque creando una tassazione preferenziale per chi lavora rispetto a chi è in pensione, contribuendo ad alleggerire l’enorme costo del sistema previdenziale. Infine, si semplificherebbe il sistema fiscale.

Più autonomia finanziaria degli enti locali

Lo Stato paga in trasferimenti verso regioni, province e comuni circa il 6% del PIL. Parte di questi costi sono dovuti alla sanità, e in cui lo Stato agisce da perequatore. Ove non ci siano ragioni di perequazione tra regioni ricche e regioni povere, lo Stato dovrebbe ridurre i trasferimenti agli enti locali ed evolvere potere fiscale agli stessi. Spesa e tassazione rimarrebbero uguali, ma ci sarebbero 20 regioni, 100 province e 8000 comuni in concorrenza per offrire servizi pubblici migliori e/o a costo inferiore, e ci sarebbero incentivi quindi all’efficienza, che oggi sono ridotti perché solo una parte delle entrate degli enti locali sono fiscali. Alcuni comuni riceverebbero più di quanto spendono, e potrebbero spendere di più o ridurre le aliquote, altri rimarrebbero o entrerebbero in deficit e dovrebbero tagliare la spesa o aumentare le tasse.

Pietro Monsurrò

@pietrom79

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