Zhongnanhai e dintorni
28 Settembre Set 2012 1911 28 settembre 2012

Patriottismo sì, ma solo se degno della nuova Cina

Il contenzioso tra la Cina popolare e Giappone sulle isole Diaoyu/Senkaku non ha solo preso - e continua a farlo - le prime pagine delle testate di tutto il mondo e arroventato lo scenario diplomatico tra i due Paesi interessanti, ma ha anche alimentato forti mobilitazioni patriottiche. Come ricorda l'Economist in un articolo del 27 settembre "la storia di invasione giapponese della Cina, in particolare, rimane un ricordo doloroso e traumatico per molti cinesi, anche tra i moltissimi che non erano ancora nati al momento. Vecchie ferite di quel periodo sono mantenute freschi attraverso i media, le fiction televisive e trame di film, così come nella "storia patriottica" materia d'insegnamento nelle scuole della terraferma".

Nel Celeste Impero le proteste dei giorni scorsi hanno dato vita anche a episodi violenti, anche nei confronti di aziende giapponesi, in città come Shenzhen, Guangzhou, Dongguan, Changsha, Xi'an e Qingdao. Di certo dietro le tante mobilitazioni popolari c'è tutto l'interesse del governo cinese e del Partito comunista di cementare e aumentare il consenso attorno al suo operato e in previsione dell'ormai imminente - ma manca la data ufficiale - XVIII Congresso che sancirà l'avvento al potere di una nuova "generazione" chiamata a gestire un Cina divenuta a pieno titolo potenza mondiale. Sono molti gli studiosi - tra i quali anche il sociologo cinese Wu Zhong - che vedono l'emersione prorompente del patriottismo come conseguenza del vuoto ideologico allargatosi sempre più con la fine del volontarismo e del mobilitazione maoista o come argomento di distrazione di massa rispetto al rallentamento della crescita economica.

Indubbiamente a alimentare derive estreme di patriottismo sono state anche le proposte di boicottaggio delle merci nipponiche e le minacce di pesanti ritorsioni economiche alla decisione di Tokyo di procedere alla "nazionalizzazione" delle isole, apparse un po' ovunque. Ma non tutto è spiegabile - e questa sarebbe la posizione troppo semplicistica del dissidente Ai Weiwei - con il semplice ricorso alla teoria della macchinazione da parte del Partito. Se così fosse, non si capisce il perché dei continui interventi della stampa - anche di quella più nazionalista - volti a calmare manifestazioni violente che rischiano di assumere toni xenofobi. Ecco il perché del titolo "Quando il patriottismo diventa vergogna" di un editoriale apparso il 27 settembre sul Quotidiano del Popolo che fa un lungo e indignato elenco degli episodi di violenza - certo minoritari - su cose e persone.

Nel secolo scorso, durante la lunga lotta per la liberazione nazionale, quella del boicottaggio delle merci giapponesi era stata una parola d'ordine agitata da avanguardie rivoluzionarie, sindacati e masse studentesche, soprattutto nell'immediato primo dopoguerra quando il Giappone aveva cominciato a dare libero sfogo ai suoi appetiti imperiali sul territorio cinese (sostituendosi alla Germania). Come allora, nei giorni scorsi in diverse parti del Paese sono apparsi in diverse città slogan come “Boicottare i prodotti giapponesi”, “Abbasso i diavoli giapponesi” e alcuni negozi concedevano sconti sui prodotti in vendita in cambio di simili attestati di patriottismo. A Shangri-La, nel nord-ovest delle Yunnan, all'ingresso di un ristorante di cibo tibetano è apparso il cartello “vietato l'ingresso a maili, cani o giapponesi”. Un messaggio quest'ultimo che ricorda l'assai famoso avviso “Vietato l'ingresso ai cani e ai cinesi” che si trovava all'ingresso del parco Huangpu di Shanghai all'inizio del secolo scorso e diventato emblema delle umiliazioni imposte dagli imperialisti alla Cina e al suo popolo.

Ebbene è proprio il ricordo di queste umiliazioni che deve essere superato. Gli inviti apparsi sulla stampa ufficiale condannano le intemperanze e le violenze come condannabile sopravvivenza di una Cina che ormai non c'è più: la Cina debole e alla mercé degli stranieri che non trovava altra via alla proprio rinascita che quella di una violenta e inconcludente xenofobia. Ed ecco quindi i paragoni in negativo con il movimento dei Boxer (Yihetuan o Pugni della giustizia) che tra il 1898 e il 1901 aveva dato vita, con l'interessato appoggio di una morente dinastia Qing, ad una delle più violente sommosse anti-straniere di indubbio stampo xenofobo.

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