Mercato e Libertà
1 Ottobre Ott 2012 1440 01 ottobre 2012

I motori elettrici sono davvero il futuro dell'automotive?

Dallo scorso sabato migliaia di appassionati di motori affollano la città di Parigi per visitare l’ormai consueto Salone dell’automobile, uno dei più prestigiosi appuntamenti del mondo delle quattro ruote. Allo showroom francese, che giovedì scorso ha aperto i battenti alla stampa, non potevano mancare gli abituali prototipi futuristici e le avveniristiche tecnologie che, a detta dei costruttori, contribuiranno presto a cambiare il volto dell’automotive.

Quest’anno, più che in passato, la passerella delle nuove proposte è all’insegna dell’ecologia: riduzione dei consumi e delle emissioni, motori bi-fuel e sviluppo di auto elettriche più performanti e dalla batteria a carica rapida e durevole. La produzione di vetture elettriche in grado di percorrere circa 240 km con una carica di appena mezz’ora è molto affascinante, eppure le vendite delle green car non accennano a decollare.

In tempi di prezzi record, non si può certo biasimare il petrolio per lo scarso successo riscosso dai motori elettrici. In realtà, i problemi delle vetture elettriche sono da imputare all’illusione tutta ambientalista che un’innovazione riproducibile nell’ordine di pochi esemplari sia automaticamente in grado di diffondersi su larga scala.

Gli entusiasti dimenticano che le nuove stazioni di ricarica a corrente continua – quelle in grado di ricaricare l’80% di una batteria in 30 minuti – hanno ancora un costo che ne impedisce la diffusione capillare nelle grandi città. Addirittura, Negli Stati Uniti è in corso uno studio ad opera della compagnia Ecototality – già proprietaria di 7000 colonnine elettriche convenzionali – e del Dipartimento dell’Energia volto a capire se le entrate derivate dalle ricariche possano quanto meno bastare a coprire le spese che un’azienda deve sostenere per installare una stazione di servizio a carica rapida. Un territorio vasto come quello degli Stati Uniti, infatti, non arriva nemmeno a contare 200 colonnine di nuova generazione in tutto il paese.

Al fine di sostenere i costi, molte compagnie intendono imporre ai consumatori una sorta di canone mensile per usufruire del servizio, a prescindere dalle singole ricariche effettuate, il cui prezzo (circa 7 dollari l’una) rimane più alto di quello del gasolio necessario a percorrere le stesse distanze.

Pasquale Romano – presidente della Chargepoint, società che possiede 10.000 stazioni di ricarica negli Stati Uniti – non crede che la carica rapida possa rappresentare il futuro delle green car, e anche Britta Gross, direttrice dei programmi di sviluppo dei veicoli elettrici della General Motors, sostiene che una ricarica – di mezz’ora solo nella migliore delle ipotesi – rubi ancora troppo del prezioso tempo degli automobilisti americani, già costretti a sacrificare diverse ore ogni giorno bloccati nel traffico.

A queste, devono aggiungersi le problematiche più note e di vecchia data: il costo dell’energia elettrica per chi ricarica in casa, l’impossibilità di ricaricare a domicilio per chi non possiede un garage e il costo stesso delle auto elettriche, che può anche raggiungere il doppio di quelle tradizionali.

Alla luce di queste considerazioni, la via della carica a corrente continua come tecnologia per abbreviare i tempi di ricarica delle vetture elettriche non appare percorribile nemmeno a quanti hanno investito nel settore, molto spesso perché sostenuti da ingenti elargizioni di sussidi pubblici.

Malgrado tutto, a Parigi come a Detroit, sentiremo ancora a lungo parlare delle prodezze di vetture come la Nissan Leaf, la Chevrolet Volt o la lussuosissima Tesla Roadster. Magari un giorno bloccati nel traffico, chiedendoci perché non se ne vedano in circolazione, capiremo che, in fondo, erano solo degli eleganti biglietti da visita per qualche showroom di richiamo internazionale.

Daniele Venanzi


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