Keynes Blog
1 Ottobre Ott 2012 0919 01 ottobre 2012

Il riequilibrio delle bilance commerciali attraverso l'austerità

Sin dall'inizio della crisi dei debiti sovrani in Europa, i più accreditati economisti hanno individuato negli squilibri delle partite correnti la sua ragione fondamentale. Paesi come l'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, hanno per anni importato prodotti dal “centro” dell'Unione Europea (la Germania in particolare), accumulando così crescenti debiti (soprattutto privati) con le banche di quei paesi (un discorso a parte va fatto per l'Irlanda come accenneremo successivamente).

Non si tratta quindi semplicemente di elevato debito pubblico. Al contrario. Per fare un confronto, la Spagna nel 2008 presentava un rapporto debito/PIL del 36%, la Germania arrivava al 65%. Tuttora la Spagna – può sembrare un paradosso – ha un debito pubblico inferiore alla Germania: 68% contro 81%.

Il problema è quindi nel debito con l'estero, non nel debito pubblico. Tranne il caso greco con le sue particolarità, gli investitori non erano spaventati perché ritenevano che noi o la Spagna non fossimo in grado di ripagare i debiti, ma perché temevano che l'accentuarsi degli squilibri con l'estero ci avrebbe portati fuori dall'euro e quindi incorporavano negli spread il “rischio di cambio”. Un timore che le voci dell'uscita della Grecia hanno alimentato e sui quali si è ben inserita, con effetti moltiplicativi, la speculazione al ribasso.

La competitività della Germania, all'interno di un sistema di cambi fissi come l'Euro, è stata favorita da una politica dei redditi scoordinata con il resto d'Europa. Il contenimento salariale in corso da molti anni, e che ha avuto una notevole spinta dalle riforme dell'Agenda 2010 di Schroeder, ha depresso i consumi interni (limitando quindi la penetrazione delle merci estere) e ha sostenuto significativamente la competitività delle merci tedesche.

Non è quindi solo un problema di “poca produttività” o peggio di “pigrizia” dei paesi deboli. La Francia ha una produttività oraria persino maggiore della Germania (che invece è allineata alla media europea) eppure negli ultimi anni ha incominciato anch'essa a soffrire pesantemente le importazioni tedesche.

Di fronte a questo l'Europa ha scelto di “germanizzare” la periferia. I paesi meridionali sono stati costretti a pesante austerità dei bilanci pubblici e a deflazionare i redditi da lavoro. Il salario reale dei greci è diminuito del 21% dal 2010, quello degli spagnoli del 6%, quello dei portoghesi più del 10%. A noi italiani è andata meglio: meno 2%.

Ora la domanda delle cento pistole: sta funzionando? La risposta è "sì". Il deficit delle partite correnti si è ridotto considerevolmente per tutti i paesi “PIIGS”, in proporzione alla contrazione salariale, ma solo l'Irlanda (da sempre paese esportatore, ma anche fortemente indebitato per il riflusso dei profitti delle imprese straniere) riuscirà ad avere un piccolo surplus nel 2012. Tutti gli altri, nonostante cospicue riduzioni dei redditi, rimangono sotto il pareggio.

Non vi è dubbio quindi che l' “aggiustamento” stia avvenendo. Ma a quale costo? Al contrario della teoria dominante, la riduzione salariale non ha portato a maggiore occupazione. E' successo semmai l'esatto opposto. In Italia, ad esempio, nel 2010 (prima dell'austerità) la disoccupazione si andava addirittura riducendo, mentre oggi è oltre 2 punti maggiore rispetto al gennaio 2011. In Spagna il tasso di disoccupazione è passato in due anni dal 18 al 24%. In Grecia dal 10% al 24%. L'Irlanda ha una disoccupazione del 14,7% mentre la gente inizia ad emigrare.

Ci sarebbe un'altra strada. La Germania dovrebbe aumentare i salari, invece che costringere i paesi meridionali a svalutare i propri. Se portasse i redditi da lavoro semplicemente ad allinearsi con la crescita della produttività accumulata in questi anni, o qualcosa di più come suggerito da Emiliano Brancaccio, si potrebbe evitare la sofferenza dei paesi meridionali. La domanda interna in Germania salirebbe, le importazioni crescerebbero, ma dell'aumento della domanda ne gioverebbero in parte anche le imprese tedesche. D'altra parte la competitività con il resto del mondo extra-UE si potrebbe mantenere svalutando l'Euro (che già è da solo su quella via).

Smetteremmo dunque di farci guerra tra di noi o, per usare un linguaggio più tecnico, inizieremmo a “coordinarci”.

Senza contare che la minore pressione esercitata sui paesi più deboli attraverso un allentamento delle politiche di austerità, faciliterebbe l’attuazione politiche di investimento pubblico volte a innovare i rispettivi sistemi produttivi, migliorandone la performance competitiva e innescando per questa via ulteriori miglioramenti dei saldi commerciali con l’estero.

Questa strada “senza pene” non viene imboccata per volontà politica e interessi economici (la svalutazione delle nostre aziende rende semplice lo “shopping” e il lavoro a basso costo può tornare utile in futuro), non per mancanza di idee o strumenti tecnici.

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