Gemma Musicco
A metà tra la terra e il cielo
2 Ottobre Ott 2012 0742 02 ottobre 2012

Lettera a un bambino mai nato, Oriana Fallaci

“Tutti gli spermi e tutti gli ovuli della terra uniti in tutte le possibili combinazioni non potrebbero mai creare di nuovo te, ciò che eri e che avresti potuto essere. Tu non rinascerai mai più. Non tornerai mai più”.

A questo bambino mai nato Oriana Fallaci chiede se è giusto costringere un figlio alla vita, se vale la pena venire al mondo. Lo fa attraverso il monologo di una donna in carriera, non sposata, senza età e senza volto, che una notte si accorge di lui: “una goccia di vita scappata dal nulla”. Lettera a un bambino mai nato (p.154, ed. BUR, 10 euro), considerato un classico della letteratura di tutti i tempi e Paesi, è quanto mai attuale oggi.

Ci chiediamo quanto valga un embrione, decidiamo quando si può parlare di bambino e non più di feto, stabiliamo fino a che giorno sia lecito abortire: la Fallaci stravolge tutto questo e fin da subito dialoga con quel “nodo di cellule appena iniziate”: due millimetri e mezzo e “sembravi un fiore misterioso, un’orchidea”. Quasi invisibile, come detta la scienza, ma non importa, la Fallaci lo chiama bambino perché ne intuisce la vita, l’esistenza.

E in un continuo riflettere, dubitare e provocare rimbalza quella domanda: perché mettere al mondo un figlio, perché? Nella vita c’è il dolore, c’è la fatica, c’è la delusione. Bisogna battersi, trovare coraggio, farsi strada. Ma come ripete la donna del libro “io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l’altrui distrazione. […] Spero che tu non abbia mai urlato l’atroce bestemmia “perché sono nato?”. Spero che tu abbia concluso che ne valeva la pena: a costo di soffrire, a costo di morire”.

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