La schiena di Gino
5 Ottobre Ott 2012 1238 05 ottobre 2012

Federer: si può uccidere «un’esperienza religiosa»?

Non è uno scherzo, anche se l’ignoto individuo che ha architettato l’intera faccenda è certamente un folle. Anzi, è un iconoclasta. O, forse, assomiglia molto di più a un violento laicista. Roger Federer ha ricevuto alcune minacce di morte. L’allarme è scattato quando è stato pubblicato un messaggio – correlato da foto del tennista svizzero con la testa tagliata – su un popolare sito sportivo cinese. Era il 25 settembre è l’autore del post – il cui nickname è “Blue Cat” – ha scritto: «Sappiate che ucciderò Roger Federer».

Il fantomatico “Blue Cat” ha lasciato anche altri post dello stesso tenore. Pertanto, è stata allertata la polizia locale, che sta indagando per risalire alla vera identità dell'autore delle minacce. Inoltre, il servizio di sicurezza del Master di Shanghai è già in allerta. Sia l’entourage del campione svizzero, sia l’organizzazione del torneo hanno deciso di rafforzare le misure di sicurezza. Federer è già arrivato a Shanghai, ma il suo volo non è atterrato nel principale aeroporto della città. Infatti, per facilitare i controlli il suo aereo è stato deviato verso il più piccolo scalo di Pudong. E, pur non sapendo con certezza se quelle rivolte al fuoriclasse di Basilea siano soltanto minacce verbali, l’organizzazione ha deciso giustamente di «mettere al sicuro il giocatore e la sua famiglia».

Siamo di fronte a preoccupazioni infondate? Stiamo, forse, diffondendo un allarmismo ingiustificato? D’altronde, potrebbero sottolineare alcuni, sono stati e continuano a essere frequenti minacce di questo tipo verso molti altri sportivi. Ecco il punto: il tennista svizzero non è uno sportivo come tutti gli altri. È ben di più. Come ha efficacemente affermato il genio letterario di David Foster Wallace, Federer è «una esperienza religiosa».

Il 20 agosto 2006, dalle colonne del «New York Times Magazine» (il saggio, ormai da anni introvabile nelle librerie, è ora ripubblicato in Il tennis come esperienza religiosa, Einaudi, Torino 2012, euro 10), lo scrittore americano – prematuramente e drammaticamente scomparso quattro anni fa – non poteva usare altra espressione per descrivere il sentimento profondo e quasi mistico che provocava in lui il veder giocare «il miglior tennista vivente» (forse, «il migliore di tutti i tempi»). «Certe volte», osservava Foster Wallace, «guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene». E quei «Momenti Federer» (così definiti proprio dall’autore di Infinite Jest, che nel tennis giovanile aveva avuto una brillante carriera) «sono tanto più intensi se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di capire l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare».

Anche nella finale di Wimbledon 2006, da cui prende avvio la narrazione del romanziere statunitense, è «impossibile descrivere concretamente la bellezza di un fuoriclasse». Non possono bastare, infatti, le spiegazioni tecniche. Solo quella che «chiama in causa il mistero e la metafisica», secondo Wallace, «si avvicina maggiormente alla verità». Contrapposto a Rafael Nadal (e anche a molti altri), Federer «dimostra che la velocità e la potenza del gioco professionistico odierno sono semplicemente lo scheletro, non la carne».

Non sappiamo se un novello Federer stia già solcando i campi da tennis. D’altra parte, osservava ancora Wallace «il genio non è riproducibile». Però, l’ispirazione «è contagiosa, e multiforme, e anche soltanto vedere, da vicino, la potenza e l’aggressività rese vulnerabili dalla bellezza significa sentirsi ispirati e (in modo fugace, mortale) riconciliati».


Come possiamo non desiderare di essere riconciliati e ispirati, come possiamo non bramare alla bellezza del tennis? Di fronte alle blasfeme minacce di “Blue Cat”, non solo vogliamo ancora vedere Federer sui campi da gioco deliziarci (al sicuro da ogni squilibrato) con il suo imprevedibile talento, ma anche affermare con forza che è impossibile uccidere un’esperienza religiosa.

* Il testo è già stato pubblicato su www.contropiede.net il 5 ottobre 2012

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