(In)Clementi
5 Ottobre Ott 2012 1602 05 ottobre 2012

Il doppio turno alle primarie, ma senza buon senso

Nel gennaio 1776, a ridosso di quella che poi diverrà la rivoluzione costituzionale americana con la Dichiarazione d'Indipendenza, un libretto più di altri contribuì a cogliere la sostanza dell'epoca e a spingere i coloni a farsi stato. Si tratta del Common Sense di Thomas Paine. Un pamphlet in sé non particolarmente originale, e tuttavia così semplice ed efficace tanto da esser capace di riassumere per tutti i coloni, anche per quelli poco alfabetizzati, il senso comune – appunto – dello stato d'animo del paese e delle ragioni che dovevano spingere inevitabilmente verso il cambiamento.

Il libro, che ebbe un successo incredibile dal punto di vista editoriale, lo ebbe ancor di più dal punto di vista politico, in quanto diede al pensare comune una forma – pure tangibile – per tutti coloro che abitavano quella società, riuscendo a trasformare semplicemente il senso comune in buon senso. E viceversa. Così facendo, il cambiamento si alimentò di una forza inaspettata nella società. E avvenne con più intensità.

Applicato tutto ciò a quanto sembra emergere riguardo alle regole sulle primarie, sembra che il buon senso stia venendo meno: che gli elettori si vogliano allontanare anziché avvicinare perché vi è una concezione antropologica – per certi aspetti quasi lombrosiana – degli elettori, i quali invece di scegliere sono invece scelti (o pre-scelti). E questo avviene a differenza di quanto esiste nelle altre democrazie e nei partiti della stessa famiglia europea (da ultimo si pensi all'appello, di questa settimana, di Ed Miliband agli elettori delusi dal premier David Cameron).

Tre punti mi sembrano, in particolare, i meno rispondenti ad una logica di primarie aperte agli elettori delusi dal Pdl, oltre che agli iscritti.

Il primo. Sembra che si abbia intenzione di far iscrivere l'elettore, peraltro in un posto diverso dal seggio (pure la doppia fila!) e poi pubblicare gli elenchi dei partecipanti alle primarie come se fossero normali sostenitori di un appello. Oltre ad essere tutto ciò naturalmente inesatto – si partecipa, non ci si appella – viene da chiedersi se non sia necessario prima di tutto pubblicare gli elenchi degli iscritti al Partito democratico, che sono le uniche persone che, loro sponte, hanno deciso davvero di iscriversi ad un partito, rendendosi disponibili pure a farlo sapere. In fondo, il buon senso comincia dalla trasparenza degli iscritti prima che dalla trasparenza degli elettori. No?

Il secondo. Sembra che si voglia fissare un doppio turno con una soglia di sbarramento al 50 per cento. Se la logica del doppio turno è quella classica, ossia quella francese, il secondo voto, quello della ragione posto che il primo è il voto del cuore, non è automatico ma eventuale. Fissare invece una soglia del genere vuol dire, leggendo i dati e i sondaggi che girano, prevedere automaticamente un doppio turno, senza se e senza ma. Ma allora che senso ha fare il primo turno? Se il doppio turno ha senso, infatti, lo ha proprio perché è eventuale. Se è automatico è un raddoppio. E un bis in idem non solo sterilizza il senso del primo turno ma soprattutto raffredda la voglia dell'elettore di partecipare. Mi chiedo quindi: cui prodest?

Il terzo. Sembra che si voglia utilizzare l'elenco dei partecipanti – da sempre si tratta delle liste elettorali, che si usano dal 2005 in ogni primaria italiana – trasformandolo invece in un elenco di iscritti. Dunque, utilizzandolo come strumento per decidere chi far votare o meno al secondo turno. Ma se è questa l'intenzione, la sottoscrizione alla lista elettorale diviene un'iscrizione mascherata, anzi un tesseramento, unico vincolo che si può utilizzare per vietare ad alcuni la partecipazione, che diviene appunto riservata soltanto agli iscritti, come avviene di regola, ad esempio, in una qualsiasi elezione del presidente di un club del tennis. Ma davvero si pensa che tutto ciò possa avvicinare potenziali elettori?

Da ultimo, una chiosa: non vorrei che il tutto fosse voluto per dar ragione, in termini politici e partitici, ad una nota massima, sempre di Thomas Paine: «Se deve esserci un conflitto che sia ai miei tempi, che mio figlio possa vivere in pace».

* Articolo uscito in prima pagina su "Europa Quotidiano" del 5 ottobre 2012 [link]


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