Officine Democratiche
5 Ottobre Ott 2012 1214 05 ottobre 2012

Il Piano energetico nazionale: un obiettivo primario di cui si sente il bisogno

di ENRICO PIETRELLA - http://www.officinedemocratiche.it

L’energia, come è noto, non è né di destra né di sinistra. E' passato quasi un anno dal quel 15 settembre 2011 in cui il Ministro per lo Sviluppo Economico Paolo Romani avrebbe dovuto presentare almeno una bozza della nuova strategia energetica nazionale che avrebbe condotto alla formazione del Piano Energetico Nazionale (PEN). Lo aveva dichiarato lo stesso Ministro il 4 agosto 2011, assicurando addirittura che entro la fine di novembre 2011 il PEN sarebbe stato presentato all’Italia e all’Europa. Come è facile intuire è stato il nuovo ministro Corrado Passera a presentare le prime bozze i cui punti chiave saranno tre e cioè, come affermato dallo stesso ministro: “Mantenere gli alti standard raggiunti per la qualità del servizio”, “continuare a migliorare la nostra sicurezza e indipendenza di approvvigionamento”, “ridurre il gap di costo dell’energia per i consumatori”.

Tra le novità, Passera ha detto che l’Italia deve puntare a incrementare la produzione nazionale di idrocarburi, dall’attuale 10 al 20% dei consumi (rendendo di fatto meno vincolistiche le autorizzazioni e le concessioni) e a diventare un hub sud europeo del gas. Ci saranno nuovi incentivi per il solare termico che saranno finanziati (un decreto ad hoc è atteso a giorni) con la bolletta del gas e non con quella elettrica, ormai stracarica di oneri. Altra e non meno importante mossa: potrebbe scomparire il prezzo unico nazionale per l’elettricità prodotto dall’attuale borsa elettrica, a favore di un prezzo territoriale legato evidentemente all’efficienza e alle dotazioni dei mercati locali. Ciò servirà a smuovere la politica dei veti locali alle nuove infrastrutture energetiche, che peraltro rappresentano un elemento essenziale del nuovo piano governativo.

Ma cosa è il Piano Energetico Nazionale e perché è cosi importante?

L’Italia ha visto il suo primo Piano Energetico Nazionale nel 1975, redatto nel clima di emergenza che regnava a causa della prima grande crisi petrolifera. Gli obiettivi, scontati, erano quelli di sostituire il petrolio disegnando uno scenario energetico futuro basato sul nucleare. Il tutto era condito da una stima gonfiata dei fabbisogni, da una previsione di crescita smisurata della quota dei consumi elettrici sui consumi globali. Si giustificava in realtà la scelta di Enel di arrivare a costruire ben 62 centrali nucleari entro la fine del secolo.

Il Piano Energetico Nazionale subì due revisioni, la prima nel 1977 e la successiva nel 1981 dove le stime dei fabbisogni furono riviste al ribasso. La previsione di come produrre l’energia, però, non subì modifiche, il PEN continuava a mantenere lo scenario del nucleare anche se ridimensionato proporzionalmente alla riduzione dei fabbisogni. Nel 1985 ci furono ulteriori aggiornamenti fino a quando il referendum abrogativo sul nucleare del 1987 sancì l’abbandono di questa tecnologia per la produzione di energia elettrica. L’ultimo Piano emanato in campo energetico in Italia è datato 1988 ed oltre a non essere minimamente adeguato a rispondere ai problemi e alle sfide di oggi, non è neppure un piano vero e proprio di ordine organico, perché delega molte cose alle Regioni, eludendo una linea d’indirizzo unitaria su molti temi.

Oggi l’Italia ha bisogno di un Piano Energetico Nazionale nuovo e moderno, anche (e non solo) perché basti pensare che nel 1988 le fonti di energie rinnovabili non furono nemmeno prese in considerazione mentre oggi queste rappresentano il tema centrale di una qualunque pianificazione di carattere energetico.

Ma un PEN ben fatto consentirebbe anche di liberarsi dalla dipendenza dal sistema petrolifero, interrompere ed invertire il processo di decadenza civile e economica del paese a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, diminuire significativamente la disoccupazione e rilanciare stabilmente l'economia nonché diminuire il costo dell'energia elettrica e riportarlo a quello dei nostri partner europei.

Un Piano Energetico, per la sua stesura, dovrebbe seguire TRE direttrici principali:

-la prima è l’efficienza della produzione, ovvero si deve lavorare all’ottimizzazione del funzionamento degli impianti da fonti fossili con una eventuale riconversione al gas.

-La seconda direttrice: il risparmio energetico, soprattutto nel settore dell’edilizia e del terziario, dove ancora si è fatto poco o niente rispetto alle potenzialità che questo settore riveste. Anche l’ottimizzazione e la riduzione degli sprechi d’energia nel comparto degli edifici pubblici, che invece spesso si macchiano di un pessimo esempio di buona gestione e risparmio, darebbe un forte segnale al Paese.

-La terza direttrice è chiaramente lo sviluppo delle rinnovabili. Là dove ci sono le condizioni, bisogna puntare sulla diffusione dell’eolico, del mini-eolico, del fotovoltaico, delle biomasse e su tutti quei sistemi alternativi in grado di ridurre la nostra dipendenza dal petrolio.

Riassumendo, la strategia del PEN dovrebbe essere orientata verso più direzioni, tra cui diversificazione delle fonti energetiche, nuove infrastrutture, efficienza energetica, sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, promozione delle fonti rinnovabili e potenziamento della ricerca nel settore energetico con particolare riferimento allo sviluppo del solare termodinamico e, perché no, anche del nucleare al fine di verificare, per questo ultimo, se l’impiego di energia prodotta mediante la tecnologia nucleare sia realmente fattibile o meno, a costi contenuti tenendo conto anche dei costi di smaltimento delle scorie e dell’impianto stesso.

Purtroppo ad oggi il nostro Esecutivo ha rimandato continuamente la produzione di questo importantissimo e strategico documento che, se ben fatto, getta le condizioni per la ripresa economica e sociale del paese. Il vero problema è che questioni delicate come l'energia e lo sviluppo del Paese, che dovrebbero essere al di sopra delle parti, vengono invece strumentalizzate dagli schieramenti politici che le utilizzano per aggredirsi a vicenda, finendo col politicizzare le fonti energetiche e ingigantendone i difetti o i pregi in base alla convenienza. Proprio di questo parla un rapporto dell'ASPO Italia (associazione per lo studio del picco del petrolio) che inizia denunciando una pericolosa tendenza che sta portando l'opinione pubblica a etichettare l'energia nucleare come “di destra” mentre la rinnovabile “di sinistra”. Questa nascita di schieramenti è quanto di più controproducente si possa fare per risolvere la questione dell'infrastruttura energetica del paese. L'energia non è né di destra né di sinistra; le politiche energetiche devono essere seguite con coerenza, anche per periodi ben più lunghi di quelli che vedono l'avvicendamento dell'una o dell'altra parte politica. Occorre, senza ombra di dubbio, che si punti ad analizzare ed organizzare almeno un decennio se non un periodo più lungo. Serve in pratica un accordo, ma un accordo vero e continuativo, liberando le proprie idee e discutendone in maniera etica senza condizionamenti esterni o ideologici.