Venture Capital – Investire sull’Innovazione e sul Paese
5 Ottobre Ott 2012 2204 05 ottobre 2012

Un primo passo per favorire il rinnovo della base industriale del Paese

Il recente decreto “Crescita 2.0” è a mio avviso un primo passo verso un modo diverso e moderno di sostenere l’innovazione.

Per la prima volta, si cerca con serietà di analizzare ed adattare il modello della Silicon Valley. Non certo nella illusione di crearne un clone, ma con la volontà di trasportare nella realtà italiana un modello di sviluppo che, in fondo, ha tante somiglianze con i nostri gloriosi “distretti industriali”, vere e proprie Silicon Valley ante-litteram che hanno così tanto bisogno di essere svecchiate.

Il decreto dedica una serie di incentivi ed interventi alle Start-up Innovative, definite come:
• società di capitali
• non quotate, detenute e controllate da persone fisiche
• con sede principale in Italia
• con meno di 4 anni di attività
• con fatturato annuo inferiore a 5 milioni di euro
• che non distribuiscono utili
• con contenuto innovativo identificato con:
- almeno 30% spese in ricerca e sviluppo
- almeno 1/3 della forza lavoro complessiva costituita da dottorandi, dottori di ricerca o ricercatori (ecco finalmente una spinta sul mercato al valore di un dottorato di ricerca)
- titolare o licenziatario di brevetto

A queste start-up vengono riservate alcune novità in termini di legislazione del lavoro, come lo sweat-equity, la possibilità cioè di remunerare il lavoro in parte con stock options. Si cerca di istituzionalizzare una pratica presente da sempre in ogni paese: quando un gruppo di imprenditori lavora per l’avvio della propria impresa, all'inizio non lavora per uno stipendio ma per una partecipazione azionaria. Questo strumento è stato poi generalizzato anche a favore di dipendenti in molti paesi avanzati.

Di particolare rilievo sono gli incentivi fiscali per coloro, soprattutto privati, che investono in start-up innovative. Peccato non riuscire ad arrivare al livello della Gran Bretagna dove l’incentivo fiscale è circa doppio di quello appena approvato in Italia.

Di buon pregio è anche il previsto accesso semplificato al fondo unico di garanzia e l'istituzionalizzazione dello strumento di incubatore specializzato in start-up innovative.

Discutibile è invece, a mio personale avviso, incentivare strumenti di crowd-funding per finanziare le start-up. Dietro il neologismo di crowdfunding, c’è il ricorso al piccolo e medio risparmiatore per il finanziamento del capitale. Da sempre, il risparmiatore può accedere al capitale di imprese attraverso la Borsa. La Borsa però è anche un filtro, e permette l’ingresso al mercato dei piccoli risparmiatori a imprese che rispettano un certo tipo di parametri sia in termini finanziari che di reportistica che di governance. Eppure, nonostante tanti filtri, la frode e la delusione del risparmiatore è esperienza quotidiana. Immaginiamo allora cosa possa succedere se le imprese più rischiose in assoluto (le start-up appunto), senza particolari filtri e senza la vigilanza del regolatore, accedono agli stessi risparmiatori. Sia ben chiaro: c’è da essere contenti se maggiori risorse si riversano sulle start-up. Temo solo che l’attrazione facile e indiscriminata di capitali porti a delusioni cocenti che possono rivelarsi dei boomerang per lo stesso settore delle start-up. Troppo vicina è l'immagine di quanto accadde all'indomani dello scoppio della bolla internet nel 2000: ad un periodo di grande facilità nel reperire capitale seguì una lunga parentesi di aspra aridità dei mercati finanziari.

Grande assente è invece lo strumento del fondo di fondi. Il Polo del Venture Capital, in collaborazione con AIFI, aveva ipotizzato che per far nascere 1000 startup innovative ben finanziate in 10 anni occorresse pensare ad un fondo di fondi dell’ordine di 500 milioni di euro. Francamente, un Paese che voglia rimanere nei G8 non può avere un ambizione inferiore a quella di lanciare almeno 1000 imprese innovative ben finanziate in 10 anni. Di questo strumento neanche l’ombra nel decreto. Eppure proprio lo strumento del fondo di fondi aveva permesso a Israele, nei primi anni novanta, di avviare un ciclo virtuoso di start-up innovative finanziate da fondi specializzati, e in grado di fornire non solo capitale ma anche supporto industriale.

In sintesi, è la prima volta che un governo affronta il tema delle start-up innovative con una tale completezza di strumenti, con una buona metodologia, e di questo va dato atto al Ministro. Le oggettive ristrettezze di budget, e un pizzico di timidezza, hanno probabilmente tarpato le ali a un progetto che poteva essere un vero punto di svolta per il Paese. Che peccato! Speriamo che i prossimi mesi possano farci ricredere e possano permetterci di applaudire con maggiore convinzione all'azione del Governo.

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