Paola Bisconti
Anam
7 Ottobre Ott 2012 1755 07 ottobre 2012

Intervista a Maria Luisa Mastrogiovanni, giornalista minacciata dalla mafia

tratto da http://www.laperfettaletizia.com/

“La donna che morse il cane” è il titolo dell’e-book scritto da Gerardo Adinolfi e pubblicato da Informant che racconta le storie di cinque donne coraggiose: Rosaria Capacchione, Marilena Natale, Amalia De Simone, Stefania Petyx e Maria Luisa Mastrogiovanni. Quest’ultima è la fondatrice, nel 2003, de “Il Tacco d’Italia”, giornale d’inchiesta che racconta ciò che accade nel territorio e denuncia chi specula, corrompe e deturpa il Salento. L’introduzione del libro è curata da Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio dei giornalisti minacciati, che si sofferma sui rischi che affronta chi pratica questa professione. Il testo fa riflettere sull’importanza dell’informazione antimafia in Italia. Noi de La Perfetta Letizia abbiamo rivolto una serie di domande alla giornalista Maria Luisa Mastrogiovanni, dal 2005, come le altre giornaliste protagoniste del volume, vittima di minacce e intimidazioni attraverso telefonate anonime, soprusi, violenze, sfregi e altri avvertimenti.

D - Sono stati pochi i giornalisti che hanno parlato e scritto della Sacra Corona Unita (SCU), tanto che per un certo periodo si è quasi creduto che il fenomeno mafioso fosse stato debellato. Tuttavia i fatti hanno dimostrato il contrario: come vive questo ruolo così importante da donna e giornalista che si schiera in prima linea contro la criminalità organizzata pugliese?
R - La Scu ha studiato a tavolino una strategia in grado di far abbassare i riflettori sulle loro azioni illecite, ma grazie ad un giornalismo fatto bene si può scoprire la verità. Certamente le situazioni che si sono create in seguito alle inchieste mi hanno intimorito, mi sono sentita debole anche fisicamente, tuttavia ho continuato a svolgere la mia professione convinta del fatto che il giornalismo non sia un tipo di lavoro “sessuato”, e per questo deve essere svolto nel migliore dei modi.

D - Come descrive la reazione dei salentini di fronte alle azioni della SCU? Indifferenza, omertà… o qualcuno osa ribellarsi?
R- Io penso che esista una parte sana della società, anche se magari fa fatica a venirne fuori o perlomeno dobbiamo pensare che sia così, altrimenti non avremmo più motivo di sperare. La mafia salentina tenta però di rendere sempre più permeabile il confine tra la parte marcia e quella sana, come ha dichiarato anche il procuratore Motta nella commissione parlamentare d’inchiesta. Si tratta di una tecnica di inabissamento che ho descritto nel dossier che uscirà a breve sulla rivista Narcomafie, che vede la Scu stringere affari con le imprese che apparentemente sembrano pulite. Il loro è un business in espansione che si ramifica in vari settori: lo smaltimento dei rifiuti, il tradizionale traffico di droga e il nuovo settore dell’energia rinnovabile.

D - Falcone diceva che la mafia, come tutte le cose, ha un inizio e una fine; c’è invece chi dice che questa fine non arriverà mai. Lei crede che si riuscirà a debellare questo cancro sociale che sta corrompendo la politica, l’imprenditoria, la sanità e l’informazione stessa?
R - La mafia è un mostro che riesce a mimetizzarsi e a trasformarsi. È sempre più difficile che i cittadini riescano a distinguere chi si ha di fronte, se è corrotto oppure no, purtroppo non c’è niente di definito ed è questo che crea le difficoltà per contrastare la mafia. L’operato della magistratura è incessante e molto efficiente, ma il lavoro vero devono farlo i cittadini, che Falcone definiva “antimafia sociale”: allora la mafia può avere una fine.

D - Nel suo lavoro si sente isolata oppure c’è chi la sostiene? Chi sono queste figure che la accompagnano in un viaggio così rischioso?
R- Non mi sento isolata finché ci sarà chi ha voglia di leggere, capire, conoscere, approfondire. Mi rincuora notare quanti lettori e associazioni ambientaliste o che si occupano di legalità ci seguono costantemente. Persino gli inquirenti guardano con attenzione le nostre inchieste e tutto questo per noi è molto importante.

D - A quale fascia di lettori si rivolge quando scrive i suoi articoli? Come si può conciliare uno stile giornalistico in grado di rapire l’attenzione di giovani, intellettuali e gente comune? Oppure più del lessico è l’argomento che attira?
R - Lo stile è importantissimo perché deve essere diretto. A volte ci sono argomenti complicati che devono essere spiegati in maniera semplice: questo richiede un grande sforzo da parte del giornalista che deve trovare i mezzi per semplificare il tutto, magari impiegando schemi, tabelle o altro. Si tratta di una priorità che il giornalista deve avere altrimenti c’è il rischio di riempire un articolo di orpelli e frasi fatte che ridicolizzano l’informazione.

D - Roberto Saviano, Giovanni Tizian e molti altri giornalisti che come lei hanno osato sfidare la mafia hanno qualcosa in più rispetto agli altri?
R- Io non ho sfidato la mafia, ho fatto il mio lavoro e basta, ma può accadere che l’effetto della mia professione sia quello di creare una sfida verso chi viene chiamato in causa nei fatti che il giornale racconta.

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