Officine Democratiche
7 Ottobre Ott 2012 1240 07 ottobre 2012

L'assemblea Pd, le regole (quasi) certe ed il peso della bad company

di GIULIANO GASPAROTTI e GUIDO FERRADINI - http://www.officinedemocratiche.it

Non è mai semplice descrivere le dinamiche di un organismo di partito. Se poi si tratta del Pd l'impresa diventa titanica specie se si prova a raccontare il punto di vista degli elettori.

Il primo nodo è stato sciolto: Matteo Renzi si può candidare. La convulsa gestazione della decisione adottata all'unanimità, sana un'anomalia tutta italiana: la scelta del leader di un partito che si candida a guidare il Paese non può avvenire sei mesi dopo le elezioni (nel 2009), per giunta perse, ma bensì sei mesi prima delle elezioni, per evitare che le scelte, come nel caso in questione, possano invecchiare col passare del tempo. Ed in tre anni, infatti, la società italiana e la politica italiana, sono completamente cambiate. Bersani, quindi, non poteva fare diversamente appellandosi alla mera forma di una regola che continua ad avere un senso solo se fa i conti con dei tempi che scorrono con impressionante velocità.

Il secondo nodo è quello delle regole: chi, come, dove e quando si vota. Pare essere stata arginata una certa tendenza masochistica a rendere tutto burocratico ed a complicare anche le soluzioni più semplici. Probabilmente chi vorrà votare dovrà fare due file a posto di una ma potrà partecipare chiunque voglia farlo, come è sempre stato da quando esistono le primarie in Italia.

D'altronde se si pensa che la prima anomalia è data proprio dalla confusa composizione dell'assemblea nazionale, dove, a norma di Statuto, non sono mai stati eletti i delegati regionali che pesano quasi 1/3 dei membri dell'organismo, si può ben capire come certa parte del ventennale apparato democrat intenda la gestione delle decisioni. Dimenticanze, si potrebbe dire. E' noto, infatti, che i Segretari regionali Pd abbiano tante di quelle cose da fare che certi “dettagli” possono anche sfuggire.

Se ci si chiede poi quale sia il compito della Presidente, Rosy Bindi, parlamentare professionista da cinque legislature, se non conoscere lo Statuto di cui dovrebbe essere custode, non si può fare a meno di allargare le braccia.

Adesione ad un manifesto della coalizione, raccolta e consultabilità dei dati dei votanti (che si insiste a chiamare albo anche se albo non è per il semplice fatto che tali dati non vengono diffusi, cosa che incontrerebbe il divieto posto dal Codice per la Privacy che fino a prova contraria è una legge dello Stato), doppio turno se nessuno dei candidati supera il 50% dei consensi, registrazione dei votanti anche il giorno stesso del voto.

Su quest'ultimo passaggio dopo qualche secondo dal termine dell'assemblea, la solerte Presidente Bindi, premesso che voterà per Bersani, mantra che afferma in continuazione, regala alla stampa anche la propria interpretazione: la registrazione dei votanti si chiuderebbe il giorno in cui si celebra la votazione del primo turno. E chi vuole votare solo al ballottaggio?

Leggere per forza quello che non c'è scritto è un esercizio davvero singolare. E quello che c'è scritto è che chiunque voglia registrarsi per votare può farlo anche il giorno stesso del voto. Fine della discussione: problemi di miopia a parte della Bindi.

Se si aggiunge il tentativo, fallito, di presentare da parte dei sostenitori della Presidentissima, un documento surreale nel quale si specificava che il luogo della registrazione dei votanti dovesse essere differente dal luogo in cui si vota, si comprende molto bene come mai alcuni commentatori descrivono il Pd come un partito a vocazione suicida.

Sì, perchè complicare la vita di coloro che vogliono semplicemente esprimere un voto, trasformandolo in un percorso ad ostacoli, non è facile da giustificare con gli strumenti della razionalità.

Non di sola Bindi è composto il Pd anche se da Bersani ci si aspettava maggiore chiarezza per impedire la prosecuzione di inutili querelle.

Un minimo di buonsenso, alla fine, ha prevalso, anche per evitare di scadere nel ridicolo, ed il documento in extremis è stato ritirato.

Il partito (faticosamente) è rimasto insieme, l'amplissima disponibilità di Renzi ad accettare i cambiamenti di regole rispetto alle modalità di partecipazione di tutte le precedenti primarie ha agevolato le scelte dell'assemblea e di Bersani, ed il senso di responsabilità è sembrato prevalere.

Viene da chiedersi come sia possibile che un Presidente di assemblea possa essere così poco garante dell'intero partito ma la risposta la daranno gli elettori che potranno scegliere se stare dalla parte del cambiamento, rottamando idee, persone, metodi di classe dirigente che ha fatto il suo tempo, oppure se stare dalla parte di chi vuole che il Pd continui ad essere “un bel progetto che non nascerà mai” a causa della fusione a freddo di (resistenti) apparati ventennali sul viale del tramonto.

Che, intanto, rimangono dove stanno, al proprio posto.

Il peso della cosìddetta bad company sulla candidatura di Bersani, che non utilizzerà neanche lui i simboli del Pd da candidato, accodandosi a quanto da tempo fatto da Renzi, sta proprio nelle solerti dichiarazioni postassembleari della Bindi e del giovane turco Stumpo che vorrebbero restringere la partecipazione alle primarie. L'equilibrio dimostrato dal Segretario non ha avuto la forza di azzerare i distinguo. E non vorremmo ritrovarci a Palazzo Chigi con un Presidente del Consiglio che a decisioni prese sia costretto a passare il proprio tempo a rincorrere le fantasiose interpretazioni di giovani e vecchi ministri del suo gabinetto.

Perchè il Paese non se lo può permettere di assistere ad infinite trattative e balletti di divisioni, distinguo e contrasti tra i vari D'Alema, Bindi, Letta, Fioroni, Fassina, Stumpo, giovani e vecchi turchi e chi più ne ha più ne metta.

Se poi dovesse passare l'interpretazione “bindata” delle regole, allora sarebbe l'ennesimo buon motivo per chiudere la partita direttamente al primo turno. Vincendola.

Voltando, con coraggio, definitivamente pagina.

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