Main Street
8 Ottobre Ott 2012 1013 08 ottobre 2012

Borse, Shanghai ai minimi storici

Reduci da un altro annus horribilis, le blue chip cinesi presenti nel paniere Shanghai Composite Index hanno raggiunto un livello di prezzo che è pari a 11,4 volte gli utili stimati nel 2012. E’ il livello più basso dal 1997, che riflette l’indebolimento delle prospettive economiche del Dragone, con una crescita attesa al tasso più basso degli ultimi tredici anni (7,7%).
Al centro delle valutazioni di molti investitori, c’è la lentezza del governo nel fronteggiare il rallentamento economico con i caratteristici interventi di programmazione e di stimolo. Un governo che appare concentrato quasi esclusivamente sulla transizione politica in corso.
In questa situazione l’economia cinese è paragonabile a un gigante addormentato, e non si intravedono al momento segnali di una reale inversione di tendenza. Il mercato non riesce a capire dove è il fondo di questa discesa.
Shanghai Composite Index ha ritracciato il 34% dai massimi del novembre 2010, con la redditività delle aziende in calo in quasi tutti i settori. L’indicatore prezzo/utili (a 11,4) è più che dimezzato rispetto al valore medio degli ultimi dieci anni (24), attestandosi su un livello inferiore di circa il 40% rispetto a quello dei titoli quotati nel mercato brasiliano (secondo mercato emergente per dimensioni dopo la Cina).
Nel breve periodo lo sviluppo della crisi europea del debito sovrano potrebbe muovere in alto o in basso il listino, mentre i recenti dati macroeconomici generano timori a vasto raggio. La produzione industriale è incrementata al ritmo più debole dal maggio 2009 e i profitti delle imprese industriali hanno segnato un calo per il quinto mese consecutivo.
La banca centrale è stata riluttante a ridurre ulteriormente i tassi dopo i tagli di giugno e luglio, preferendo un atteggiamento più prudente per evitare di rialimentare la bolla immobiliare.
E le prospettive? Il mercato guarda più alle riforme strutturali che alla politica monetaria. Lo sviluppo del sistema sanitario e di quello pensionistico, ad un esempio, potrebbe essere un solido veicolo di crescita dei consumi interni e rendere meno dipendente l’economia dalle esportazioni (al momento i consumi pesano solo il 35% del Pil). Ciò rappresenta un cambiamento strutturale che richiede tempi lunghi. Un contributo ulteriore arriverebbe dalla riduzione della pressione fiscale (il total tax rate gravante sulle imprese è del 63,5%, un’aliquota che è comunque inferiore a quelle italiana, secondo i dati della Banca Mondiale).

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